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Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
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ULTIMO ATTUALE CORPO SONORO
XL di Repubblica
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Gioca brutti scherzi la memoria. Perchè quando perde di vista i contorni delle cose, tende a mitizzare ciò che è stato, a ingigantire fatti e persone, a trasformare immediatamente il passato in Storia.
Ma la memoria è anche uno dei pochi strumenti per comprendere a fondo il presente. Occorre imparare a ricordare. Nel secondo lavorodi Ultimo Attuale Corpo Sonoro, l'esercizio prende forma attorno all'omicidio di Pier Paolo Pasolini all'Idroscalo di Ostia, all'esilio a Varna, sul Bosforo, di Nazim Hikmet e alle vicende biografiche di Arthur Rimbaud rivisitate dalla penna da Jack Kerouac.
Poeti che per il quartetto della provincia veronese hanno inseguito un sogno di purezza e di libertà dagli steccati imposti dalle ideologie.
Il risultato è un disco che i quattro definiscono di "intransigenza violenta", ovvero che non chiede sconti, pretende di essere ascoltato con tutti i sensi allertati, incapaca di fare da sottofondo.
Melodie che nascono per assecondare i testi di Gianmarco Mercati, più vicini alla densità dela poesia che alla parola della musica.
Liriche che si attorcigliano attorno a una voce che le sussurra o che le semina sul tessuto musicale alla maniera di Max Collini degli Offlaga Disco Pax.
L'orizzonte sonoro è il continuo gioco di dinamiche vuoto/pieno degli arrangiamenti del post-rock americano, soprattutto quello dell'etichetta Constellation.
Un disco che guarda al passato per parlare del presente.
Per ricordarsi di ricordare.
Mauro Petruzziello


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L'ISOLA CHE NON C'ERA
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Provano a tirare il sasso per svegliare i polli nella gabbia e poi non si nascondono dietro al cespuglio gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Memorie e violenze di Sant’Isabella, dicono nel libretto del disco, «è dedicato a chi nonostante il dramma non perde il senso profondo della responsabilità e la fiducia nel pensiero». La memoria, come la capacità di ricordare ciò che veramente è stato al di là di ideologie e corporazioni, e la violenza intellettuale-salvifica-apocalittica di tre poeti (Pasolini, Hikmet, Rimbaud) che nei due secoli scorsi denunciarono pagando da esuli – se non con la vita – il degrado socio-morale del tempo in cui vivevano. Il tutto in sette brani come sette bombe ad esplosione dilatata che coniugano l’a(nta)gonismo post-rock di marca Constellation (Godspeed You! Black Emperor su tutti) alla prevedibile parentela Sigur Ros e a quella decisamente meno scontata dei C.S.I., con testi declamati in discendenza Massimo Volume. Ingredienti di per loro saturi, ma che una volta uniti possono portare o a noie colossali o a divagazioni storico-poetiche-evocative dalla forza inarrestabile. Gli U.A.C.S., pur rischiando più volte lo sbadiglio, scelgono la seconda strada e inanellano uno dietro l’altro una serie di episodi in cui architetture sonore calibrate tanto perfettamente quanto classicamente (vuoti-pieni, climax) si uniscono ad un uso della parola solenne, che diverrebbe verboso se non risultasse assoluto nella sua potenza espansiva ed emozionale. La lacerante riflessione umano-politica sulla morte di Pasolini in Empirismo eretico, il salmodiare ferrettiano sul crepuscolo sgelato di Lettera al 1975 – un rosone di pietas lucente nella cattedrale buia e angusta della storia italiana degli ultimi quarant’anni – e la batteria riverberata in pianure larghe e annichilenti del rapimento sensoriale di Le ceneri dell’Idroscalo aprono e portano a metà percorso un lavoro che nella sua parte dedicata a Nazim Hikmet completa “Ko de Mondo” con il pezzo che mancava per eleggerlo a capolavoro (I fantasmi del Bosforo) e chiude in una fronda di feedback e bordoni assortiti la cavalcata mogwaiana della title-track dedicata a Rimbaud. Lavoro non immediato, di questi tempi terroristicamente fazioso (la faziosità di chi sta dalla parte “della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile”), ma in grado di riscrivere il significato di “canzone impegnata” nell’annus horribilis 2009. Ce lo porteremo tra i grandi alla fine di questi dodici mesi.
Luca Baracchetti

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FUORI DAL MUCCHIO
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Quando si ha coraggio artistico ci si butta senza troppo pensare a dove si andrà a finire.
Partendo naturalmente da una idea forte, e dalla convinzione di ciò che si fa ha una profonda valenza per se stessi ancor prima che per gli altri. In questo senso, l'esordio degli Ultimo attuale corpo sonoro è un disco coraggioso, assolutamente incosciente nel voler affrontare quel connubio tra reading e rock che hanno frequentato pochi temerari, dai CCCP agli Offlaga Disco Pax passando per i Massimo Volume. E infatti chi è arrivato primo a cimentarsi con la formula emerge in queste canzoni, ci sono echi ferrettiani nei brani ma la vera differenza sta nella figura dell'autore degli scritti musicati dal gruppo, Gianmarco Mercati, il quale è di volta in volte voce narrante e cantante dalle doti notevoli, che emergono già in una “Ultima lettera al 1975” che nasce dagli ultimi fuochi della morte di Pasolini evocata al principio dell'album (le ossessive e disperate parole di “Empirismo eretico”, che ricuce il rapporto con l'atto d'accusa ultimo dell'intellettuale friulano), in uno strano abbraccio originato da un cantilenare ferrettiano, sconfinante in seguito nella solenne poesia acustica di Andrea Chimenti e sfociante infine in un canto che lambisce il timbro di Francesco Di Giacomo del Banco, riprendendo dal gruppo romano certe coloriture progressive. La bravura del vocalist è tale che le giunture non si vedono, neanche nei brani successivi, caratterizzati da competenti riletture letteraria. C'è ancora qualcosa da sistemare, un minimo di rodaggio per far fluire ulteriormente il tutto, ma la qualità letteraria e civile della parola scritta e cantata, un impianto strumentale eclettico e personale e il coraggio della proposta hanno già percorso una buona - se non decisiva - parte di strada.
Alessandro Besselva Averame


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JAM
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Reading e stralci musicali si alternano in quest'opera, sfumando l'uno nell'altro e raccontando particolari della nostra Italia, difficile e pigra, attraverso pensieri ed azioni di chi con essa ha ingaggiato una lotta, pretendendo un cambiamento.
Non un disco di canzoni quindi. non un album di arte fine a sè stessa. Ma parol ben soppesate e sostenute da anni di controcultura e di esistenza vissuta; musiche che guardano al post-rock per rallentare e trovare una propria dimensione nella quale tensione e rassegnazione sono opposti che coesistono, creando sensazioni dilanianti rotte dall'incazzatura più nera o troncate da gelide assenze di suoni.
Grande attenzione merita il booklet che fornisce una chiave di lettura per il lavoro: "Dev'essere inteso come una raccolta di momenti, di tratti di memoria, di intransigenza violenta. Di punti di partenza, di consapevolezza." E ancora: " E'la trasposizione in chiave attuale ed etremamente intima dell'esperienza di vita di Pier Paolo Pasolini, di Nazim Hikmet, di Arthur Rimbaud, di lampi che posseggono i doni più alti. Il dono dell'onestà, della dedizione al confronto, della capacità critica".
Riflessioni, dubbi, senzazioni arrivano in modo diretto lasciando che la mente si chiuda per riposare e riflettere. La musica aiuta le parole scndendole e colorandole di tinte bianconere. Meritano di essere nominati gli autori di questo "memorie e violenze di Sant'Isabella": Fabio Ridolfi (batteria), MArcello Marchiotto (basso), Giacomo Zorzan (chitarra), Gianmarco Mercati (voce e testi).
Elisa Orlandotti


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SENTIREASCOLTARE
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Memorie e violenze di Sant'Isabella ha l'impeto rivoluzionario del libero pensiero, la nobiltà d'animo dell'atto politico disinteressato, la commozione gracile di un amore sconfinato, lo spessore dell'opera letteraria, l'intensità catartica di un manifesto programmatico. Se i CCCP rappresentano la militanza, gli Offlaga Disco Pax si identificano nel ricordo nostalgico, i Massimo Volume definiscono la narrativa esistenziale, questi Ultimo Attuale Corpo Sonoro sono l'Italia che non c'è mai stata. Quella ferita a morte dalla politica stragista, messa a tacere da quarant'anni di governo democristiano, sterminata dalle trame piduiste e dai servizi segreti. La voce contro, insomma. Ma anche l'intellettuale senza legacci. Che è punto di osservazione, più che figura statica e personificata.
In un processo di identificazione in cui Pier Paolo Pasolini (Empirismo eretico, Ultima lettera al 1975, Le ceneri dell'idroscalo) diventa il poeta turco Nazim Hikmet (L'esilio del canto, I fantasmi del Bosforo, Impossibile dormire a Varna, amore) che diventa Arthur Rimbaud (Memorie e violenze di Sant'Isabella). Ognuno simbolo di libertà d'espressione e di critica contro il controllo sociale violento, metafora di indipendenza e analisi arguta del quotidiano orrore. Oltre i confini di una nazione, di una divisa politica, di un genere.
Spoken word e musica. Quest'ultima, a grandi linee, un post-rock etereo e immaginifico con qualche puntata verso autorialità solenni à la Giovanni Lindo Ferretti. Anche se l'aspetto meramente tecnico passa in secondo piano perché fondamentale è il continuum di musica e parole, il messaggio, l'interpretazione, non i dettagli sparsi. Un fascio di verità e poesia che non vuole essere razionalizzato. Non deve. E che rapisce.
Toccante, Memorie e violenze di Sant'Isabella. Ma anche lucido, necessario. In un momento in cui revisionismo e scarsa memoria storica sono la regola. A tal proposito scrive Gianmarco Mercati, voce e testi del gruppo: “Per tutto questo e in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato, alzate i vostri canti ora. Perché dobbiamo trovare la forza di imparare tutto. Di nuovo”.
(7.4/10)
Fabrizio Zampighi

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LA SCENA
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Lavoro ambizioso e al contempo prezioso questo dell’Ultimo Attuale Corpo Sonoro, dedicato a tre grandi poeti: Pier Paolo Pasolini, il turco Nazim Hikmet e Arthur Rimbaud. “Memorie e violenze di Sant’Isabella” ha il piglio di un’opera letteraria e rappresenta un omaggio non soltanto ai tre poeti, ma soprattutto alla vita senza compromessi e alla voglia di gridare il proprio sdegno. È la disperazione di un amore impossibilitato a vivere per colpa dei regimi politici; è l’epicità della vita ed uno sguardo su di essa.
Un’opera che va ascoltata con molta dedizione e con la necessaria concentrazione, a partire dal grido pasoliniano "io lo so ma non ho le prove", riguardo le stragi di Stato degli anni ’70, fino all’omaggio di Kerouac al poeta maledetto francese, passando per le peripezie di Hikmet.
Il disco della band veneta è un vero e proprio viaggio all’interno del nostro Dna culturale, di occidentali, mai proni e sempre pronti a mettere in discussione qualunque forma di governo. È insomma pura anarchia, nella sua vera essenza.
Musicalmente si potrebbero fare tanti riferimenti all’asse Cccp/Csi/Offlaga Disco Pax. Ma non sarebbe giusto. Sarebbe un po’ come sminuire un grande disco italiano che libra nei nostri cuori.
Vittorio Lannutti

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KRONIC
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
E’ solo (?) poesia
Potrebbe essere definita musica politica. Vorrebbe, forse. Ma in effetti, più che musica è poesia. Parole scandite con veemenza, che non possono non scuoterci dal torpore estivo. E poi, un misurato accompagnamento sonoro a sottolineare apici e baratri. Solo accompagnamento, perché sostanziale è la rilevanza della voce sulla strumentazione. Si parla, abbastanza a sproposito, di UACS come progetto post rock. Che, è vero, fa capolino nell’approccio minimalista e nel contrasto di chiaroscuri, ma in effetti non emerge mai a reale forma artistica, perché l’estrema severità della tavolozza sonora è surclassata dalla forza impetuosa della recitazione. E poi, poesia perché è proprio attraverso la rievocazione delle figure di tre poeti emarginati quali Pasolini, Hikmet e Rimbaud che la compagine veronese scava nell’animo umano, nelle sue speranze e nelle inevitabili contraddizioni che lo tormentano.
Appaiono, così, in sequenza rallentata, come in un film francese degli anni sessanta, immagini vivide e potenti degli avvenimenti più significativi della storia italica recente; le guerre, gli scontri anarchico-fascisti, i grandi delitti irrisolti. E poi, ancora, le grandi tematiche esistenziali; la morte, il carcere, la violenza efferata, sempre con il piglio rabbioso della denuncia e della ribellione. Opera articolata, che richiede più di un ascolto attento. Per ora, si sarà capito, decisamente meglio l’eloquio, comunque, rispetto alla ricerca armonica.
Alberto Leone

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BLOW UP
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Non fosse che il lavoro di Gianmarco Mercati sia stato travagliato negli anni, verrebbe da chiedere una moratoria all'(ab)uso di Pasolini nelle ultime produzioni italiane.
Qui convergono Hikmet e Rimbaud, ma soprattutto un substrato Constellation a reggere la chiave spoken word sul novecento congeniale a Manzanilla.
Un'opera di peso, in tutti i sensi (6/7)
Enrico Veronese

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INDIE ZONE
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Decadentismo musicale?
Dicesi dell'affresco sonoro reso da note multiformi e talora in acrobatiche e persuasive distorsioni melodiche, del raffronto creativo dell'arte delle note con la società e l'arte tutta, in bagliori ed echi letterari e teatrali e sonorità incandescenti e lisergiche.
Si, il progetto Ultimo Attuale Corpo Sonoro è questo e molto altro.
E palesa ogni ambizione conquistata nell'album recente "Memorie e Violenze di Sant'Isabella", un album diviso in tre parti, dal commento commemorativo di Pier Paolo Pasolini, ora recitato ora musicato in sbalzi post-rock dall'amplificato effetto esistenziale: Empirismo Eretico è una canzone affascinante e colpevole, che strazia l'anima epr realtà narrata ed effetto sonoro del possente eco "... io so ma non ho le prove".
Poi c'è la poetica solida di Ultima Lettera al 1975, che rimembra un passato eprduto e compianto, Le Ceneri Dell'Idroscalo che colpisce l'animo nel conturbante ed avvolgente circolo vizioso affascinante di post-rock battente e psichedelico.
Poi L'Esilio Del Canto, recitata e blues, nel racconto del secondo personaggio affrontato, Nazim Hikmet, delineato nelle successive I Fantasmi Del Bosforo, poetica e trasofnante, e Impossibile Dormire a Varna, Amore, che ben affornta e delinea la tematica amorosa ed emozionale tanto cara a Hikmet stesso.
Infine il maledeto Arthur Rimbaud, che esplode nella title-track, nell'eco di Jack Keurac in "Poesie Beat", e, in primis, dell'assolutismo profetico e artistico della genialità sensibile dell'artista, sacrilego e poetico.
Splendido esempio di come cultura e musica vadano all'unisono nell'emozionale richiamo al mito, alla storia, con la poesia, la consocenza, le note e la sperimentazione.
Tripudio sensoriale!
Ilaria Rebecchi


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ONDA ROCK
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Musica e poesia. In un atto decadente.
E’ una “nuova musica di denuncia” quella di Ultimo Attuale Corpo Sonoro, compagine veronese che con “Memorie di Sant’Isabella” intreccia post-rock e cantautorato impegnato, giungendo a risultati piuttosto altalenanti, anche se i momenti di puro lirismo non mancano.
Diviso in tre parti, il disco inizia commemorando la figura di Pier Paolo Pasolini, colto nell’atto finale della sua esistenza: la tragica morte sul litorale di Ostia. Il piano minimalista e gli accordi sparsi di “Empirismo eretico” rappresentano, probabilmente, il momento più emozionante del disco: “Io so, ma non ho le prove”, ripetuto fino allo stremo delle forze, diventa un mantra di disperazione che cerca di esorcizzare i tanti misteri italiani. “Ultima lettera al 1975” vola candida lungo crinali di memorie, risultando, comunque, meno incisiva, mentre “Le ceneri dell’Idroscalo” s’adagia nel solco di immagini che le parole restituiscono con un certo tremore, mentre la batteria sembra volerle incidere, una volta e per sempre, nella memoria collettiva.
Con “L’esilio del canto”, viene introdotta la figura del poeta turco Nazim Hikmet, condannato nel 1938 a ventotto anni di carcere per le sue attività antinaziste e antifranchiste. In questa seconda parte, la matrice cantautorale diventa più prominente, mentre brani come “I fantasmi del Bosforo” e “Impossibile dormire a Varna, amore”, si nutrono di dinamiche più ariose, anche se il gioco di chiaroscuri e i dislivelli emotivi non fanno altro che ripetere certi abusatissimi cliché del filone modern-classical.
La title track prende spunto, infine, dalla vicenda biografica di Arthur Rimbaud, così come la romanzò Jack Kerouac in “Poesie Beat”. “Il sistema di valori dell’evo moderno porta alla violenza. E se deve essere violenza, che la violenza per Rimbaud sia allora totalizzante, sia vilipendio, sia sacrilegio. La violenza di Rimbaud è silenzio poetico, è fuga, abbandono definitivo, coscienza che l’ora è giunta”. Peccato, però, che a tanta solenne premessa corrisponda il momento meno riuscito dell'opera, fin troppo adagiato, com’è, nel solco di una retorica pseudo-rivoluzionaria che finisce per infastidire anche un pochino.
Non un esordio esente da vizi di forma, quindi. Tuttavia, l'impressione è quella di una band che, con qualche accorgimento, potrebbe, di qui a qualche anno, dire qualcosa di interessante nell’ambito della paludosa scena post-rock italiana.
Francesco Nunziata


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AUDIODROME
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Il gruppo si forma nella provincia di Verona intorno al 2003 e giunge quest’anno al primo full length. Per quanto riguarda la musica, ci troviamo dalle parti di Godspeed You! Black Emperor et similia (in qualche frangente sembra di sentire anche i Mono), come messo subito in chiaro dai ragazzi stessi, senza tanti giri di parole. Non si tratta però di un progetto solo strumentale, perché sulla base post-rock poggiano i testi scritti da Gianmarco Mercati, che a seconda delle situazioni adotta un’interpretazione vicina allo spoken word oppure canta secondo modalità che possono ricordare Ferretti, ma a volte – con le dovute proporzioni - anche Francesco Di Giacomo del Banco Del Mutuo Soccorso. Sant’Isabella nel disco è Isabelle, la sorella di Rimbaud, colei che lo assiste dopo che è tornato dall’Africa con un’infezione mortale alla gamba. La traccia a lei dedicata chiude l’album e il cerchio, dato che nel booklet, a commento del suo testo, leggiamo una frase di Pasolini, nella quale dice che l’antifascismo è nato in lui dalla lettura del poeta-bambino. Pasolini, infatti, è la prima figura che incontriamo qui, vastissima e non sempre lineare, così come quella del “veggente” francese, con la quale ha in comune – al di là di tutto - la capacità di scuotere la coscienza, di far pensare. È proprio la scossa dell’antifascismo, il desiderio di esser voce libera, che fa rientrare nel disco anche Hikmet, il poeta turco che fu tra i pochi a denunciare la tragedia armena. Quando il classicissimo passaggio in crescendo da vuoto a pieno del post-rock giunge al culmine, è Mercati che dà quel tocco in più, donando personalità a Memorie E Violenze Di Sant’Isabella, un lavoro denso di suggestioni letterarie, civili e politiche.
Fabrizio Garau


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ONDA ALTERNATIVA
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
CSI, Jason Molina, Sigur Ròs e Godspeed You! Black Emperor: nonostante siano queste le principali influenze dichiarate dai componenti dell’Ultimo Attuale Corpo Sonoro, il primo nome che mi è balzato alla mente ascoltando per la prima volta il loro ultimo lavoro è quello di Emidio Clementi.

Forse più conosciuto come leader e voce dei Massimo Volume ma in questo contesto più vicino ai nostri per l’esperienza con El Muniria, la presenza (voluta o meno) del cantautore e compositore marchigiano si fa viva e intensa in “Empirismo etico” e “L’esilio del canto” dove con voce bassa e profonda si narrano episodi, storie di vita, di attivismo politico, di sventata negligenza, di umana concretezza.
Ormai attivi dal 2003 Marcello Marchiotto, Fabio Ridolfi, Giacomo Zorzan, Gianmarco Mercati hanno saputo ricreare le stesse atmosfere di “Nueva York: Strade e Sogni”, che avevano impressionato la giuria del M.E.I di Faenza ottenendo il premio per la proposta emergente più originale del 2004, arricchendole di idee, esperienza, sonorità e emozioni acquisite passo passo in questi anni. Uscito nella significativa data del 25 aprile per l’etichetta indipendente Manzanilla musica&dischi, "Memorie e violenza di Sant'Isabella" è un album ricco di riferimenti letterari, a partire dall’amore non precisamente dichiarato per Pasolini, a quello nei confronti di Rimbaud, per arrivare a prese di posizione sulle scelte e sugli avvenimenti politici che hanno animato il nostro paese negli ultimi cinquant’anni.

Il tutto condito egregiamente con sottofondi musicali e strutture immancabilmente rock, figlie del movimento alternativo e underground che vide qui in Italia il suo germogliare proprio negli anni in cui ferveva l’io rivoluzionario di un ormai definitivamente disperso Ferretti.
alessandra sandroni

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ARENA
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
Per una volta lasciamo perdere gli emuli dei Motörhead, i fanatici dei Free e i «cloni» di Pink Floyd, Beatles e AC/DC. Per una volta scriviamo di un gruppo e di un disco rock che parlano la nostra - intesa come italiana - storia; che commemorano in maniera sorprendente la morte di Pasolini e che partono da questo snodo fondamentale del '900 per analizzare la realtà che ci circonda; una band e un'opera che non hanno paura, al pari di «Defixiones, will and testament» di Diamanda Galàs, di parlare, citando il poeta turco Hikmet, del genocidio armeno, tracciando parallelismi inquietanti sulle violenze e i soprusi fascisti, passati e presenti.
Parliamo del recente album degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro (UACS), intitolato «Memoria e violenze di Sant'Isabella» (etichetta Manzanilla Musica & Dischi) e presentato con un concerto rabbioso all'Emporio Malkovich. Si tratta di un cd antifascista e repubblicano (come lo intende la nostra Costituzione) nel senso più pregnante del termine, musica e parole scritte «in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato»; tuttavia lontano sia dal modaiolo ribellismo no-global quanto dall'intellettualismo sterile della contemporanea borghesia «di sinistra».
I riferimenti alle vite dei poeti (oltre a Pasolini e Hikmet, c'è anche Rimbaud e Kerouac) non hanno bisogno di una cultura profonda per poter essere compresi. Nel cd degli UACS (Fabio Ridolfi, Marcello Marchiotto, Giacomo Zorzan e Gianmarco Mercati), infatti, non si fa sfoggio di nozionismo né si cerca di fare proseliti: la storia di queste esperienze artistiche e umane brucia adesso, qui e ora, come un fuoco acceso sul petto. Tra derive post-rock, ballate lente e dilatate, stratificazioni ambient-noise, schegge post-punk e new wave, parti urlate e parlate, ci si trova davanti a sette brani violenti che commuovo e sconvolgono le viscere. Uno dei migliori dischi non tanto del panorama veronese quanto della musica rock italiana contemporanea tutta.
Giulio Brusati

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DEBASER
Ultimo Attuale Corpo Sonoro: "Memorie e Violenze di Sant'Isabella" (Apr 2009, Manzanilla MusicaDischi)
La parola forza possiede diverse accezioni. Può esser forza il vigore del corpo e delle sue membra, l'energia spirituale e la capacità di resistenza morale, l'efficienza e l'energia delle facolta intellettive. L'abuso di ognuno di questi significati può però portare all'ipertrofia della parola forza. Violenza.
Bisogna evitare di associare alla parola violenza solo carattere negativo. La sorprendente intensità con la quale un fenomeno è sviscerato e si manifesta agli altri è, in qualunque caso, atto di violenza. Le parole intrise di sangue pronunciate da Pier Paolo Pasolini sono state atto di violenza, la caducità e l'ineffabilità con la quale Nazim Hikmet scriveva e urlava versi d'amore, stretto in catene nelle prigioni di Varna, sono state atto di violenza, la spontanea analisi controcorrente di Arthur Rimbaud è stato atto di violenza. Parlare. La parola come unica arma contundente al sistema. Il sistema che risponde con altrettanta violenza intrisa nel sangue e nella repressione.
Il nuovo lavoro degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro parte proprio col riportare alla luce l'atto della morte di Pier Paolo Pasolini; sporcato in un paesaggio cupo e desolante, il corpo martoriato del poeta diventa sinonimo di violenza e di bestemmia, i tratti informi del suo viso, l'addome fratturato e le costole spezzate, ognuno a rappresentare una parte morta, divorata dal sangue, di quell'Italia immobile e stragista, "io so ma non ho le prove" ripetuto e urlato, in modo da riattuare quella stessa violenza cercata dalle parole pasoliniane, forse mai attuata fino in fondo, "aspetto e l'aspettare più invecchio più è cosa dolce, perchè meno rimane alla mia esistenza per soffrire, per lasciarsi aggiogare di nuovo dall'illusione del cambiamento".
Ritornare a cibare la memoria, madre unigenita della storia, attraverso la fredda analisi di "Ultima lettera al 1975" e "Le ceneri dell'Idroscalo", deturpare e condannare il silenzio e l'immobilità, lasciare fluire parole pesanti come macigni: "è la luce più attuale che mi si rende nemica".
Parole incanalate tra di loro che diventano monumenti alla poesia nella storia di Nazim Hikmet, il poeta turco condannato dall'impero dopo aver tentato di incitare l'esercito alla ribellione, "il mio fratello poeta sente le sue forze mancare, resiste con orgoglio", il dolore si acuisce di fronte ad un amore lontano che canta con voce urlata dell'esilio, "è impossibile dormire la notte a Varna, amore". Da qui ricollegarsi alla Francia di Rimbaud, dove poesia e rabbia si attorcigliano in un tessuto sonoro senza pause, "la rivoluzione rappresenta più la catastrofe che il nuovo ordine sociale".
Dalla prima all'ultima traccia il suono è denso, cupo e travolgente, si puo quasi toccar con mano.
Isacco Nucleare

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REGINA MAB
KATHODIK
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Dopo quattro dischi ed un EP (e la partecipazione a numerose compilation), i Regina Mab, che amano definirsi “troppo vecchi per essere considerati giovani promesse” ma “troppo giovani e poco noti per potersi definire artisti affermati”, approdano a questo reading acustico che è “Palle Da Tennis”. Lo spettacolo, riproposto in un CD edito dalla Manzanilla MusicaDischi, è incentrato sulle figure di alcuni nomi storici del tennis anni ’20, campioni del calibro di Lacoste, Tilden, Lenglen e così via, e sulle loro vicende personali, spesso incredibili, curiose, singolari.
Musicalmente parlando, non è che ci sia poi molto da dire: le composizioni (tutti originali di Manzini, cantante e voce recitante della band, con le sole eccezioni di Boum di Charles Trenet, The Man I Love di George e Ira Gershwin e Time di Tom Waits) si basano su una strumentazione rigorosamente acustica (ottimo il lavoro dei due chitarristi, Tonin e Giuliani) e su arpeggi raffinati e trame sonore di ascendenza folk. Il principale motivo di interesse dell’LP è costituito dalle storie, raccontate con semplicità, passione, ironia ed un pizzico di poesia, evitando i “pistolotti morali” sul tennis come metafora della vita ed altre banalità del genere ed ottimamente interpretate dal recitato/cantato espressivo di Manzini.
Un lavoro a tratti imperfetto, magari, ma indubbiamente interessante, che riesce nell’impresa di non annoiare, nonostante la predominanza della parola sul resto.
Marco Loprete

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MUSICBOOM
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Nuova uscita per la label veronese Manzanilla, dopo l'ottimo album dei retro rockers Home.
Palle Da Tennis dei Regina Mab ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo classico all'interno della discografia italiana degli ultimi anni. Merito di un tema, quello delle sfide tennistiche a cavallo fra anni '20 e '30, capace di esaltare immaginazione e creatività con le sue storie di epici incontri e i suoi personaggi entrati nel mito. L'impatto simbolico è forte, i Regina Mab lo sanno e alleggeriscono la tensione scherzandoci su, alternando alla narrazione e musica, brani propri e cover (si va da Gershwin a Trenet) che contribuiscono a creare un'atmosfera sospesa nel tempo.

In questo senso l'album, registrato dal vivo alla Corte Rugolin di Valgatara, assume i contorni di un'opera peculiare, divisa brillantemente fra cantautorato, teatro e reading. Si distingue per intelligenza e misuratezza, evita con cura eccessi retorici e macchiettistici, mantendosi sempre nello stretto pertugio della godibilità. Merito dell'interpretazione vocale di Franco Manzini, che guida lo spettacolo con polso fermo e registro ironico, e di una band affiatata, che dal punto di vista strettamente musicale passa in rassegna i luoghi topici della canzone d'autore italiana e internazionale. Eredi di una tradizione che parte da Paolo Conte per approdare ad un'irrequieto combat folk, la musica dei Regina Mab è intrisa tantoo del fascino dei chansonnier francesi quanto del blues metropolitano di Tom Waits (di cui viene eseguita una toccante versione di Time). Ma soprattutto in Palle Da Tennis c'è la voglia di raccontare storie, di recuperare una tensione affabulatrice che per molto tempo ha fatto parte della nostra tradizione ma che oggi è sempre più difficile ritrovare nelle nuove produzioni italiane. Da questo punto di vista i Regina Mab convincono mantenendo fluida la narrazione e conquistando l'alttenzione dell'ascoltatore dal primo all'ultimo minuto.
Gioco, set e partita per loro.
Diego OX4 Ballani

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ROCKIT
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
"Palle da tennis" è teatro-canzone per ricreare suggestioni tennistiche dell'inizio del secolo scorso. Personaggi appartenenti più al mito che allo sport, quando il tennis era solo un gioco e gli interessi economici spingevano alla porta e venivano spinti fuori dalla stessa. I veronesi Regina Mab scelgono la via acustica per le gesta di nomi affascinanti, raccontati con enfasi da una voce narrante che sa colpire e trascinare. Le storie di Jean Robert Borotra o Bill Tilden o altri sono epiche ed antiepiche allo stesso tempo, come solo lo sport sa essere: lotta titanica contro il mondo e se stessi che si risolve pur sempre nel buttare una cazzo di pallina gialla al di là di una rete. I Regina Mab riescono a rendere alla perfezione questo sentimento di coinvolgimento assoluto, attraverso una narrazione fluida e ben punteggiata. Questo è il teatro, poi c'è la canzone. Perché purtroppo il neo maggiore di questo lavoro è una sostanziale separazione tra le due anime: i brani veri e propri faticano a compenetrarsi con il macroracconto. Le due componenti corrono accanto e si intrecciano senza impigliarsi, ma non sono organiche l'una all'altra: non si ripete insomma l'alchimia già all'opera con Marco Paolini & Mercanti di Liquore o Enrico Brizzi & Numero 6. Peccato, ma il fatto non pregiudica l'ascolto di una manciata di ottimi pezzi, tra produzioni proprie con forti influenze dei Virginiana Miller acustici e cover di gente come Waits o Trenet. Insomma, funziona e colpisce. E forse è il caso di ascoltarlo senza troppe menate analitiche, come una puntata di Sfide formato LP. Teatro e canzone.
Marco Villa

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ROCK SHOCK
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Un po’ rock d’autore, un po’ teatro: il disco della band veronese è un esperimento curioso e azzardato, ma promosso a pieni voti

Mettiamoci un paio di belle chitarre acustiche, dai giri vibranti ma discreti; aggiungiamoci una voce graffiante, che rivela ottime doti sia quando canta sia quando recita; insaporiamo con qualche pizzico di maledettismo alla Tom Waits e di cabaret alla Paolo Conte. Infine, mescoliamo il tutto con un tema inusuale, ma gravido di spunti, ovvero quello del tennis e dei suoi campioni.
Il risultato che otterremo è questo interessante disco, Palle Da Tennis Live, realizzato dai Regina Mab, gruppo veronese composto da Franco Mancini, Nicola Tonin, Gabriele Giuliani, Matteo Micheloni e Michele Perazzoli.

L’album, che è stato registrato dal vivo alla Corte Rugolin di Valgatara, è un concentrato spiazzante e travolgente di storie di tennisti elevati al rango di divi, raccontati come se fossero i protagonisti di mitiche leggende metropolitane. Questo singolare progetto viene sviluppato con una forma che oscilla dal reading alla musica cantautoriale, ed è proprio grazie a questa commistione di generi, a questa alternanza cantato-recitato, che il corposo materiale di cui è formato il disco riesce a evitare cali di intensità e ad essere ascoltato molto piacevolmente.
Palle Da Tennis Live si divide in due “set”: nel primo ci sono canzoni originali, nel secondo ci sono alcune cover riscritte secondo l’impianto originale del disco (fra tutte, spicca il bellissimo rifacimento di Time di Tom Waits).

I Regina Mab hanno coraggio e originalità, e Palle Da Tennis Live non potrà che farci apprezzare queste loro caratteristiche, sperando che vengano sfruttate per un altro lavoro altrettanto estroso e altrettanto ben riuscito.
Sofia Marelli

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BLOW UP
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Evidentemente il tennis dei gonnellini e delle racchette in legno evoca un insospettato immaginario nello sviluppo creativo dei musicisti italiani: prima i Le Man Avec Les Lunettes attraverso la dedica di un ep, ora i dirimpettai gardesani Regina Mab si cimentano con un percorso ben più impegnativo, quale l'apologia in musica dei pionieri Langlen, Tilden, Lacoste, Borotra, registrata dal vivo su un'idea di Franco Manzini.
Un esperimento senza dubbio originale e piacevole anche per il tema, tra grintosa canzone d'autore e fingerpicking sofisticato, polveroso, appena opaco; con l'esposizione testuale un abbondante gradino sopra al cantato, il progetto si lega per propria indole a portar conoscenza in un tour nei teatri auspicabilmente lungo, sul modello dei Mercanti di Liquore.
Enrico Veronese

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KRONIC
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Game, set, match!
Da un’idea di Franco Manzini – voce cantante e recitante del gruppo - nasce “Palle da tennis”, uno spettacolo che - dopo una stagione di live in diverse città dell’Italia settentrionale – prende forma su disco grazie all’intraprendenza della label Manzanilla MusicaDischi.
La proposta dei Regina Mab si può collocare a metà strada tra il concerto acustico ed un vero e proprio reading. La musica accompagna e fa da sfondo ad un racconto ben articolato, che trae spunto dalle mitiche vicende tennistiche degli anni ’20 e ‘30. Personaggi pionieristici, storie e aneddoti di un periodo per certi versi straordinario, danno modo alla band di seguire un percorso metaforico dagli aspetti sarcastici ma anche di profondo significato.
L’album è diviso in due parti, o meglio, in due set. Nella prima ci sono quasi esclusivamente brani originali, mentre nella seconda i Regina Mab si appoggiano anche su delle cover adattate per accompagnare la narrazione. Ecco così spuntare “The Man I Love” dei fratelli Gershwin e la splendida e conclusiva “Time” di Tom Waits.
La voce di Franco è supportata da una musica acustica che non invade mai lo spettro narrativo, cosicché - restando in secondo piano gli arpeggi delle chitarre di Nicola Tonin e Gabriele Giuliani, il basso dal timbro opaco di Michele Perazzoli e la minimale batteria di Alberto Franchini - emergono con maggior splendore le alchimie e le singolarità dei vari Lacoste, Cochet, Borotra: uno spasso.
Un progetto sicuramente fuori dal mucchio, che abbina alla buona dose d’esperienza una visione cantautorale indubbiamente originale e molto piacevole.
Roberto Paviglianiti

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LA SCENA
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
I Regina Mab, con già alle spalle tre dischi, diverse partecipazioni a compilation e aperture di concerti a gruppi come Quintorigo, Moltheni, Cesare Basile e molti altri, pur se non ancora conosciuti dal grande pubblico, continuano a lavorare con grande professionalità nell’underground, proponendo prodotti di ottima qualità. Per quest’ultima fatica i cinque veronesi hanno appeso momentaneamente al chiodo le chitarre elettriche per uno spettacolo di reading, tutto rigorosamente in acustico. I Regina Mab per l’occasione hanno voluto omaggiare non solo il tennis ma in particolare i personaggi che ne sono stati protagonisti durante gli anni ’20 e ’30 del ‘900, i relativi ambienti e di riflesso anche la società dell’epoca.
Sicuramente anche coloro che non sono appassionati di questo sport si lasceranno affascinare da questi brani, grazie all’ottima verve didascalica del cantante Franco Mancini, capace di offrire all’ascoltatore, con pochi spunti descrittivi, l’ambientazione, le fatiche, le frustrazioni ed i sogni di gloria di quei gloriosi atleti.
Musicalmente ci troviamo dalle parti di un folk acustico, a volte con spunti di tango, con omaggi sparsi a Trenet, Gershwin e Tom Waits.
Lo spettacolo è stato diviso in due parti, pardon in due set, rispettivamente di sette e cinque brani. Buona partita a tutti.
Vittorio Lannutti

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ONDALTERNATIVA
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
Bellissimo esperimento, questo dei cinque Veronesi, Regina Mab, che hanno alle spalle ormai ben 12 anni di carriera ed un vasta produzione discografica, se consideriamo i vari demo, ep e compilation alle quali hanno partecipato; in ambiente live vantano aperture di concerti a band del calibro di Bluvertigo, Quintorigo, Delta-V, Pitch e Marta sui Tubi.
Un’ottima associazione di atmosfere teatrali e chitarre suonate con la tecnica del fingerpicking coniugate ad un tema molto inusuale ed intrigante fanno di questo disco un progetto davvero interessante, non solo per il lato musicale.
“Palle da tennis” questo il nome del disco, registrato dal vivo presso la Corte Rugolin di Valgatara, si presenta sottoforma di reading/concerto e si propone di raccontare le storie e le mirabolanti avventure dei tennisti dei primi anni 20 e 30.
La voce, narrante, dona al disco quell’atmosfera da teatro che si coniuga perfettamente con la tecnica del fingerpicking.
“Palle Da Tennis” si divide in due parti, nella prima troviamo esclusivamente canzoni edite dai Regina Mab, nella seconda compaiono alcune cover come “Time” di Tom Waits, suonate seguendo sempre lo stile dei cinque Veronesi.
Onore ai Regina Mab per aver prodotto un disco cosi originale ed allo stesso tempo estroso.
Xunah

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ARENA
Regina Mab - "Palle da Tennis" (2007, Manzanilla MusicaDischi)
MADE IN VERONA. UN DISCO RIUSCITO
«Palle da tennis», il set vincente dei Regina Mab
Cd e reading girano l’Italia: il 19 fanno tappa alla Fnac

È tra la decina di dischi più riusciti dell’underground veronese dell’anno appena trascorso. Ma non solo. Palle da tennis, su etichetta discografica Manzanilla, non si limita ad essere un cd ma è anche il resoconto di un reading (canzoni e recitato) che i Regina Mab portano in giro per l’Italia da tempo con notevole riscontro di pubblico e critica. E il loro reading piace così tanto che sono già fissate le prossime date, da qui fino alla fine di marzo: sabato prossimo a Chioggia, il 19 gennaio alla Fnac di via Cappello, il 25 a Vercelli e il 26 a Milano.
Lo spettacolo, anche su cd, è davvero godibile: sfilano le vicende avvolte nel mito di giocatori di tennis («Uno sport strano; non c’è pareggio: o vinci tu o vince lui») come Jean Robert Borotra, un francese di origine basca e del "coccodrillo" Reneé Lacoste, protagonista di «quella vittoria in Coppa Davis nel 1927», quando la Davis non si chiamava ancora così, quando, in in un match storico, Big Bill Tilden fu sconfitto dal francese con «palle morbide e centrali» (anche perché «si scoprì poi che Lacoste studiava Tilden da mesi»).
Si susseguono le storie dei "quattro moschettieri francesi del tennis", tra i quali Henry Cochet e Monsieur Couzon; della «Divina, Suzanne Rachel Flore Lenglen, che giocava come un uomo» e che nel 1926, «l’ultimo suo anno a Wimbledon, la combina davvero grossa», lasciando la regina inglese Mary ad aspettarla in tribuna, mentre lei dorme in albergo; la Divina che poi viene costretta a lasciare per l’asma, aprendo «una scuola di tennis fondata sui dettami della danza».
E poi Dick Williams, che si salva dal naufragio del Titanic per approdare agli U.S. Open, riuscendo poi a vincere un set per 6-0 con Tilden in poco più di 5 minuti. In mezzo, le canzoni dei Regina Mab (Eden breakfast party, la meravigliosa Soltanto un’onda elettrica), e altre prese dal repertorio di Charles Trenet (Boum), Billie Holiday (The man I love) e Tom Waits (Time).
Giulio Brusati

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L'ARENA
Regina Mab - "Col sole in fronte" live
Tocca il cuore il reading «Col sole in fronte», dedicato a un’eroina della Resistenza veronese
Perfetti i Regina Mab
Commovente omaggio a Rita Rosani

Ci sono sere in cui tutto sembra perfetto: il tempo, il luogo e l’azione. Il reading dei Regina Mab, Col sole in fronte, all’Hostaria Agli Angeli di Castelrotto di Valpolicella, basato sulla storia di Rita Rosani, eroina della Resistenza veronese, è un esempio compiuto di teatro-canzone che rende una serata memorabile.
La musica si fonde alle parole, l’idea al ricordo, e ne esce il ritratto di una ragazza, una maestra elementare ventenne, lontana da noi diverse decadi eppure vicina per slancio giovanile e attitudine - verrebbe da dire - rock, visto il suono del gruppo Regina Mab.
Il testo del reading è composto da Paolo Ragno, amico e collaboratore del quintetto veronese. Ma oltre alle parole sono le canzoni che rendono il senso della vicenda della Rosani, sia quelle scritte dai Regina Mab (nella foto) sia quelle scelte da un repertorio nazionale (Gaber, ovvio forse in una forma di teatro-canzone) e internazionale (Massive Attack, My generation degli Who).
E proprio la Mia generazione scritta dagli inglesi Townshend e Daltrey, rappresenta bene il grido di ribellione di Rita e degli altri partigiani veronesi contro la dittatura nazista-fascista. Ecco, dovrebbero essere questi i nostri eroi, questi ragazzi che, a metà degli anni Quaranta, diedero la vita per la nostra libertà; altro che quelli del Grande Fratello!
E questo spettacolo, allestito in un teatro, dovrebbe essere inserito nel programma di ogni istituto scolastico veronese: mai la storia, quella con la S maiuscola, è risultata più avvincente e commovente. (g.br.) Giulio Brusati (L'Arena 13 maggio 2007)

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ROCKERILLA
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
Attivi ormai da dieci anni, i veronesi Regina Mab escono con il loro primo albo vero e proprio, il primo cioè, a differenza delle prove precedenti, ad avere un’etichetta di supporto (Manzanilla MusicaDischi) e una distribuzione ordinata (Audioglobe). L’albo è l’occasione tanto attesa, una vetrina in cui mostrare le proprie migliori inclinazioni: un rock dai chiari lineamenti pop, sporcato qua e là da chitare distorte, che non si tirano indietro quando è tempo di accelerare (“non per il cuore”, “le ricette di tua madre”), senza disdegnare passi più riflessivi (“l’angolo dell’occhio”, “noir”).
Approccio cantautoriale nei testi, a volte forse un po’ troppo sopra le righe, ma che vivono di un’apprezzabile tensione narrativa. Marco Castrovinci

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ROCKSOUND
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
A Verona "booq" si scrive minuscolo perchè deve essere così sia al contrario che allo specchio. Eppure musicalmente il cantante Franco Manzini e gli altri quattro del combo dei Regina Mab nè vanno indietro, nè si riflettono in immagini di mero apparire.
Questo è puro rock italiano della qualità migliore. Tra riflessioni personali e sulle realtà bugiarde del mondo che ci circonda, il quintetto passa con armonia dalla melodia al tiro più spinto senza perdere mai la propria personalità.
BV

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LOSINGTODAY
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
“booq” e il primo e il quarto album dei Regina Mab: il primo ad avere un’etichetta ed una distribuzione, il quarto di una carriera cominciata a Verona nel 1996 e fatta di dischi autoprodotti e compilation, ma segnata soprattutto dell’esperienza di dieci anni di live, tra piccoli palchi e vetrine importanti come spalla per Bluvertigo, Quintorigo, Cesare Basile.
Tutto ciò ha influito sul sound dei Regina Mab, trasformandolo in un rock compatto, caratterizzato dagli intrecci delle due chitarre e da un’attenzione particolare per il ritmo, grazie ad una sezione ritmica solida ed in bella evidenza.
L’impatto sonoro rimanda ai Pearl Jam più aggressivi (“Le ricette di tua madre”), la chitarra che fende reef ad incorniciare la voce fa l’occhiolino al Buckley più elettrico (“All’anima”), l’approccio ritmico ricco e complesso ricorda il sound “rock-funky” di band americane come gli Incubus (“Ora di punta”).
A nostro parere però le cose migliori succedono quando la distorsione si abbassa di una tacca, quando da “lead” si passa a “crunch”, e trovano maggiore spazio le sfumature della voce e gli intrecci armonici delle chitarre (come in “Gioie del mio regno” o “Soltanto un’onda elettrica”), oppure quando al suono granitico e compatto si sostituiscono pieni e vuoti, come nel brano d’apertura “Senza Rose”, che ha dalla sua anche la sorpresa di una bella chitarra country-pulp.
VALERIO MINELLI

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LASCENA.IT
Con questo “Booq” i Regina Mab esordiscono a livello ufficiale, anche se vantano già una discreta produzione con tre album autoprodotti e una manciata di demo. Provengono da Verona e, senza pretesa alcuna di strafare, propongono un ottimo pop-rock, piacevole e dignitoso. Accostabili, in particolare per le molodie ai Negramaro, si esprimono molto bene con le chitarre, sia quando riescono abilmente ad intrecciarle, come nella serrata Non per il cuore, sia quando la sei corde preferisce prendersi un acido ed intraprendere un bel viaggio nei meandri di un blues-stoner, come nella breve ed intensa Ora di punta o nella percussiva Le ricette di tua madre. Qua e là dispensano buon funky, miscelandolo di volta in volta con il pop (All’anima) o con un tirato rhythm’n’blues (Senza rose).
Il quintetto veronese non pago di ciò, dà la sensazione di sentirsi stretto nella formula pop, in particolare quando ad un brano come Gioie del mio regno preferisce cambiare visibilmente registro stilistico attribuendogli un bizzarro finale dalle affascinanti e incandescenti tinte jazz-free hardcore.
Tra i testi, quello che merita un approfondimento è Formiche, per il suo richiamo alle problematiche dell’inquinamento, ma senza retorica e con una giusta dose di ermetismo. Come dicevamo all’inizio, niente di nuovo sotto il sole: a suo modo un ottimo pop-rock, ben curato ed interessante, proprio perché si lascia contaminare da generi d’impatto meno immediato.
Vittorio Lannutti

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KRONIC
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
Rock a due facce
"booq". Palindromo. Lo si legge sia da un parte che dall`altra. Nome quanto mai significativo per inquadrare il quarto lavoro dei veneti Regina Mab. Diciamo quarto perchè ci piace l`idea di considerare "validi" anche i dischi precedenti, seppur privi di etichetta e distribuzione. Però quando c`è del lavoro (che ci riporta indietro tra l`altro fino al 1996), è bene apprezzarlo.
Proprio come “booq” Il pop rock dei Regina Mab si presta ad una duplice lettura. Gioca sugli equilibri dati dalla solidità della base ritmica e dal continuo parlarsi delle due chitarre che donano al tutto una discreta solidità d`ascolto. Ed "equilibrio" è appunto la parola magica. Laddove riescono a trovarlo i nostri dimostrano una buona propensione melodica ("Gioie del mio regno"), ottime capacità compositive ed una convincente compattezza di suono ("Le ricette di tua madre").
Duplice lettura, si diceva. In booq, rovescio della medaglia sono gli eccessi melodici che ne imprigionano il suono e l`energia, ammorbidendolo ed annacquandolo forse un pò troppo. Strade senza uscita dalle quali speriamo i Regina Mab sappiano tirarsi fuori seguendo il sentiero (più Pearl Jam, meno Negramaro) che li ha portati ad episodi molto meno elaborati ma dal notevole impatto e dall’indiscussa purezza (“Ora di Punta”).
Emmanuele Margiotta

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FUORI DAL MUCCHIO
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
Autori di un robusto rock cantato in italiano, che media chitarre aggressive e una spiccata vena melodica, i Regina Mab hanno alle spalle una manciata di produzioni tra album più o meno autoprodotti e demo, essendosi formati ormai una decina di anni fa in quel di Verona. La formula proposta dal quartetto in questo “Booq”, debutto su Manzanilla MusicaDischi, è quella di cui sopra, cui si aggiunge il pregio di aggirare agevolmente il pericolo di finire in quel confuso territorio soft-hard dove si posizionano realtà come i Negramaro, ovvero l’asperità e l’aggressività del rock spiegata in italiano al popolo distratto delle suonerie; ostacolo aggirato grazie ad una innegabile energia che trasuda dagli amplificatori e a testi che utilizzano una lingua semplice ma mai banale e sufficientemente immaginifica. Pregio innegabile, che tuttavia viene un poco smorzato da quello che sembra essere il difetto congenito della formula: una certa vena epico-melodica che rischia sempre di finire sopra le righe. Difetto che in questo caso, ci teniamo a ribadirlo, è sotto la soglia del non ritorno, e che viene completamente esorcizzato e neutralizzato nel breve e pastoso hard blues di “Ora di punta”, puntellato di screziature e fiati, e nel tentativo più che riuscito di ballata scanzonata e notturna intitolata “L’angolo dell’occhio”. Nulla di particolarmente nuovo, nel complesso, ma un rock italiano di più che discreta fattura racchiuso in un disco di buon livello.
Alessandro Besselva Averame

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SENTIRE ASCOLTARE
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
Verona e dintorni, per i Regina Mab, sono sinonimo di rock urticante, spesso poco convenzionale, impastato di chitarre elettriche rigorose, sottomesso ad una perseverante vena cantautorale, ironico ed energetico, trascinante e ruvido al punto giusto. Una formula che in virtù delle strutture armoniche fluttuanti sa trasformarsi anche in pop dal notevole appeal, come del resto in un dispiego volontario di prolissi assalti melodici (il debordìo sonico di Formiche). Il dato da rilevare, in questo caso, è forse la facilità con cui il gruppo riesce a gestire le difformità che ispirano il suono, conciliando testi in italiano a ritmiche dispari – In Come ti salvo la vita i Sux! di Giorgio Ciccarelli vanno a braccetto con la Sweet Jane di Lou Reed -, fondendo leggerezze jazz e overdrive compressi come sardine – la tromba e i il riff magmatico di Ora di Punta -, perdendosi in fumose atmosfere da night-club (L'angolo dell'occhio).
Un procedere in linea retta che ha l'unico difetto di tergiversare – talvolta troppo a lungo - tra le miriadi di note che escono dagli amplificatori, col pericolo di nascondere l'evidente personalità sotto un coacervo di idee e spunti sparsi. Piccolezze che rischiano di far passare un progetto pur degno di nota per il “solito” dischetto indie.
di Fabrizio Zampighi

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MUSICAROMA UNDERGROUND
Regina Mab - "booq" (2006, Manzanilla MusicaDischi/Audioglobe)
I Regina Mab nascono su, a Verona, nel 1995 ed hanno alle spalle una discografia abbastanza continua, tra demo, ep, singoli oltre ad aver aperto concerti per Bluevertigo, Quintorigo, Cesare Basile, Marta Sui Tubi. Questo è il primo disco ufficiale uscito per Manzanilla e distribuito per Audioglobe. Loro nella bio ci dicono che il cd è semplice, che non è un cd di protesta, non ci sono messaggi subliminali, non è contro niente ma è sincero, ecco. Bene. Sarò sincero anche io: il disco non mi piace. Siamo di fronte a un prodotto di quello che si suol chiamare rock italiano con le inluenze classiche, un po' di Pearl Jam, un po' di Timoria, Marlene Kuntz e via dicendo. Ma non bastano le influenze, ci vogliono le canzoni e non ci sono, c'è solo un brano che spicca su 12, "Noir", bello, suadente, libero e il finale strumentale di "Soltanto Un'onda Elettrica". (Tra l'altro devo dire che ho trovato delle somiglianze paurose con i nostrani Ondamedia). Il resto è tutto troppo già sentito, trito e ritrito, ho fatto una fatica immane ad ascoltarlo 4/5 volte per intero. Ho pensato che dovevo concedergli un altro ascolto e poi ancora un altro perchè doveva esserci qualcosa che poteva andare, e invece niente, alla fine mi sono dovuto arrendere all'evidenza della noia. Mi spiace perchè il cantante ha una gran bella voce, ma non è sufficiente, senza la musica non c'è bella voce che tenga. Rimandati.
D.N.

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HOME
RUMORE
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
8/10
Una volta si usava anche il termine pop-rock, per descrivere il suono di un gruppo. Poi si è smesso di farlo perchè, in anni di iperspecializzazione, era diventato quasi offensivo.
Ebben, con gli Home è il caso di rispolverare quel termine. Il trio veronese è da tempo una delle migliori live bands italiane, sono beatlesiani ma col piglio degli Who (dal vivo suonano una bella cover di Substitute), scanzonati ma attenti all'evoluzione del pop.
Questo loro secondo disco ce li mostra già maturi, pronti per una salto di qualità che in molti si attendevano da loro. The Right Way è un disco ben prodotto e ben suonato nel quale la band dispiega tutto il suo talento, lo testimoniano brani come Probably, Paradise, Before to sleep, We're all living, tutt'altro che semplici, con cori che si intrecciano e chitarre che sanno accarezzare e mordere.
DIetro i tredici titoli di The RIght Way c'è la capacità di far battere il piedino con formule antiche: se apprezzate il beat inglese, ma anche Alex Chilton, i Flamin' Groovies e certa new wave melodica (Blondie, Knack, Romantics), amerete questo disco incondizionatamente, fin da subito.
Luca Frazzi

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IL MUCCHIO
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Lo sappiamo tutti, in primis i tre ragazzi veronesi che ne sono autori, che non c'era nessun reale bisogno di un disco così: di pop-rock ispirato ai Sixties - anzi, rispolveriamo il termine power-pop - ce n'è in giro a bizzeffe da decenni, e gli Home sono solo gli ennesimi allievi di una scuola affollatissima.
Però, e per negarlo bisogna essere in malafede o privi di competenza/gusto, The Right Way - che della compagine veneta è la seconda prova, tre anni dopo Home is where the heart is - è un album delizioso, fortemente legato alla tradizione ma non revivalista nel senso più sterile del termine, scanzonato ma non ottuso, ottimamente realizzato ma non "di maniera", orecchiabile ma non sfacciatamente ruffiano.
Non ce n'era reale bisogono ma chissenefrega, visto che i suoi tredici episodi - in glesi fino al midollo, e non solo per la lingua dei testi - piacciono, coinvolgono, trascinano con la loro corposa morbidezza, le loro melodie spesso irresistibili - se riuscite ad ascoltare Do what I do senza poi canticchiarla, rassegnatevi: appartenete al mondo minerale - e la loro gioiosa effervescenza.
Fosse stato ancora tra noi, Greg Shaw li avrebbe di sicuro voluti su Bomp!, ed è arduo immaginare un complimento migliore.
Federico Guglielmi

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ROCKIT
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Il primo album degli Home, terzetto veronese illuminatosi sulla (ventosa) via di Liverpool, era un atto di devozione per quelle magie di John, Paul, Ringo e George: "Home Is Where The Heart Is" (2007) risplendeva di gemme che affascinavano per la loro vestibilità pop, anche se in alcuni casi si sentiva la necessità di un disegno più snello, di una forma capace di restituire anche la verve animalesca con cui il gruppo era solito dimenarsi sul palco. Detto fatto, sarà stata la loro intensa attività live, sarà stata la magia di aver suonato al Cavern di Liverpool o al MI AMI, sarà quel che sarà ma gli Home per il loro secondo disco hanno fatto quello che dovevano fare e nel modo giusto (in "The Right Way", per citare la title track): in sintesi 13 canzoncine che si bevono tutte d'un fiato, perfettamente fit nei loro arrangiamenti ben disegnati, partendo dall'aggraziata posa per baronetti di "Absolutely Unreal" fino alle buone vibrazioni sixties di "Silver Dust", transitando tra primaverili stornelli tutti da ballare ("Devil's Courtesy" e "Do What I Do"), l'avvincente coda psichedelica di "Paradise (Underneath A Purple Sky)" o la ballata per piano e violino da ululare in coro alla chiusura del pub "Finally A Song". Ma non fatevi trarre in inganno dalle mie canzoni preferite, tutto l'album è veramente orecchiabile e certifica le doti di questi tre cazzuti musicisti: che non sono una stantia memorabilia Fab Four, non sono un pastone beat per puristi da Mini Cooper con cintura e portafoglio Paul Smith abbinati, e che non sono neanche il ritaglio ingiallito del vanitoso brit pop che ogni tanto riaffiora dagli abissi dei Novanta. Gli Home sono semplicemente uno dei gruppi pop più bravi che al momento abbiamo in Italia: prendete e portate a Casa... appunto.
MArio Panzeri

Leggi Intervista su ROCKIT

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BLOW UP
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Il power trio ha conosciuto le assi del Cavern e conduce nel supporto lo spirito di esibizioni che si raccontano impareggiabili, tuttavia abusando in bene di una spina dorsale pop che magicamente accorda Monkees, Turtles e la contemporaneità: giri e ritornelli si incastrano in maniera logica e perfetta nello spirito Shins di Probably, ballate beatlesiane strappamutande alternano la mistica guitar-Rokes di We're All Living, Grandaddy e Weezer (Paranoid Friend) ormai a loro agio in via Mazzini acquistano un cuore di panna ricoperto da una ruvida scorza di dolce cioccolato... Ancora, nostalgie filmiche Fifties ammantano di filologia il refrain pub-rock di Devil's Courtesy, floreali arrangiamenti sunshine non stridono a contatto con l'epica da stadio, canzoni di Natale sotto mentite spoglie (Mr Ally) e coretti Beach Boys:
è un mirabile equilibrio di canzoni che sgorgano automatiche e potrebbero avere all'estero più successo che in patria. Rebus sic stantibus, glielo auguriamo vivamente, Oltre il (7)
Enrico Veronese

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L'ISOLA CHE NON C'ERA
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Parte il primo pezzo, Devil’s courtesy, e lo spirito del rock ‘n roll si manifesta immediatamente; in verità si potrebbe dire “reggae ‘n roll”, perchè lo stile chitarristico, almeno in parte, ha qualcosa di “giamaicano”, ma tant’è: ci sono anche brevi “tirate” hard rock, insomma, quanto di meglio si possa tirare fuori dalla più classica delle formazioni, chitarra/basso/batteria/voce...
Se il primo brano è un po’ una sorta di presentazione, lungo tutto l’album degli Home il discorso si allarga, si amplia, si sviluppa; The Right Way è un disco allegro, brillante, che ricorda, a tratti, i classici degli Housemartins, riprende, in generale, certe atmosfere post-beat inglesi, inserendo qua e là passaggi più dichiaratamente pop, non disdegnando una strizzata d’occhio ai Clash meno estremi.
Del resto che ci sia tanta Inghilterra in quest’album è evidente e percepibile brano dopo brano, come è anche chiara l’intenzione di non “latinizzare” i suoni, che restano essenziali, asciutti, non influenzati da quella “italianizzazione” che spesso filtra molti lavori di matrice anglofona per avvicinarli al gusto melodico della nostra penisola.
L’album del trio veronese è un lavoro che si canta, si fischietta, si balla, che trova la sua dimensione ideale nel pub strapieno di gente, tra pinte di birra che viaggiano e chiacchierate fra amici, che passa direttamente dalla cantina “fumosa” in cui potrebbe essere nato al piccolo palco del locale; giusto una scala per trasportare in mezzo al pubblico l’energia, la dinamica di brani come Probably, Paradise (underneath a purple sky), We’re all living, il brio dal sapore vagamente psichedelico di Before to sleep, che diventa psycho-pop in Mr. Ally, il “Mersey Sound” di The Right Way o Do what I do.
The Right Way è un lavoro che, anche all’estero, soprattutto all’estero, varrebbe la pena di spingere, e forte, perchè gli estimatori non mancherebbero davvero; in Italia, attualmente, a fronte di tante band che vengono “create”, anche televisivamente, ma che mancano di quell’anima vera che ne possa connotare lo stile, un gruppo come gli Home rischia seriamente di essere bypassato perchè “poco malleabile”, “troppo definito” insomma, perchè avere le idee chiare taglia fuori tutta una serie di personaggi “accessori” che, nella musica di una band, amano “metterci le mani”...
Ed il terzetto le idee le ha, invece, chiarissime...
Andrea Romeo

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VITAMINIC
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Già dal precedente Home Is Where The Heart Is si era capito in che acque navigavano gli Home: dall’eredità dei baronetti Beatles fino alle sbronze degli Oasis, tutto ciò che rimaneva nel perimetro delle coste inglesi era terreno fertile per la band veronese.
Dopo due anni e tanti live alle spalle, eccoli di ritorno a bordo di velieri psichedelici con le stesse identiche coordinate, ma con un po’ più di maestria nel condurre: il suono si fa molto più pulito e patinato e trasforma le piccole canzoni del precedente album in bocconcini di power pop ruggente e radiofonico, roba da college americani, per capirci. Le influenze però, rimangono fedelmente in albione tra le sbavature dei Supergrass e il puro brit pop dei Blur, con in più qualche timido risvolto garage. Un disco omogeneo, ben suonato e registrato, piacevole all’ascolto ma che pecca forse un po’ troppo di “ispirazione”. E Verona, nella cartina dell’Inghilterra, dov’è?
Nur Al Habash

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ONDA ROCK
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Il terzetto veronese Home approda con “The Right Way” al secondo album, a tre anni dal precedente “Home is Where The Heart Is”. La ricetta del gruppo non cambia poi molto e gli Home si riconfermano come un apprezzabile combo di abili calligrafisti (dal perfezionismo a tratti quasi maniacale), capace di ricamare tenui arpeggi merseybeat su arabeschi vocali melodiosi e carezzevoli, alternati ad accensioni dal piglio più rock’n’roll che mantengono però sempre un nitore e una leggibilità di forte marca brit.
Gli Home allineano così una collezione di tredici figurine pop ben disegnate, che si segnalano per l’estrema accuratezza degli arrangiamenti e per la fluidità dello stile di scrittura, in bilico tra Oasis più morbidi, Blur, Supergrass, La’s, Ocean Colour Scene, Gomez e Coral.
Tra le canzoni più gradevoli si mettono in evidenza sin da subito “Devil’s Courtesy”, “Paranoid Friend”, “Finally A Song” (tra le migliori), “Absolutely Unreal” e “Before To Sleep” (il cui inizio ricorda forse troppo da vicino “Champagne Supernova” dei fratelli Gallagher): colpisce l’agile scorrevolezza delle melodie, il buon incastro nei cambi di tempo e l’interazione tra voce principale e cori.
Al gruppo non mancano dunque eleganza e perizia esecutiva. Quello che forse scarseggia un po’ è la vampata di una più viscerale vibrazione emotiva che sappia perforare il guscio di pettinato formalismo (a tratti quasi stilizzato, come le illustrazioni che impreziosiscono il bell’artwork) che tende a permeare la quasi totalità del disco. Detto questo, la qualità degli episodi segnalati è innegabile e il gruppo può per altro contare su una buonissima presenza live. Per il resto, la strettoia obbligatoria del secondo album risulta superata senza grosse difficoltà.
Francesco Giordani

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ONDA ALTERNATIVA
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Erano i primi mesi del 2007 quando un cd dall’aspetto anonimo (linee essenziali e bianco e nero regnavano in copertina) arrivò sulla mia scrivania restando in seguito per molto tempo nel lettore, inondando la stanza e la mia mente di fresche melodie anni ’70. “Home is where heart is”, primo disco per il trio veneto, già demarcava un’attitudine al genere e un talento che non sempre sono facili da riscontrare nelle prime produzioni.

Sono passati due anni e me li ritrovo fra le mani in veste del tutto rinnovata: copertina sgargiante dai richiami pop anni ‘80/’90 che subito attrae la mia attenzione con questo singolare disegno raffigurante tre navicelle che solcano i mari. Tre velieri che navigano con audacia nonostante i pericoli e gli imprevisti temporali portando dietro di se una ventata di allegria e di freschezza e colorando le stesse onde che li accompagnano. Insomma, una sorta di avvertimento: gli Home sono tornati e non hanno nessuna intenzione di andarsene. E a noi non resta altro che goderceli in questa evoluzione che li ha formati per due anni portandoli a sonorità più aggressive e a quella sicurezza che ritroviamo in ogni brano come frutto dell’esperienza e dei molti live fin qui compiuti.
Matteo, Michele e Nicola hanno lavorato infatti limando ogni piccola imperfezione ed apportando quella scarica di adrenalina ed energia che forse mancava nel primo lavoro. La fiducia e la carica acquisite sui palchi diventano così ingrediente principale di questo “The right way”, dove le vecchie linee ed influenze si arricchiscono e si sfumano, impreziosendosi di nuove visioni. Nascono così tredici brani pop rock che si susseguono con una forza trascinante l’uno dopo l’altro non lasciando spazio a distrazioni. Omogeneo, radiofonico, divertente, frizzante e soprattutto ben impacchettato il secondo disco degli Home è un ordigno che sembra voler esplodere da un momento all’altro. Dai riff ipnotizzanti di “Devil’s Cousrtesy”, alla carica trascinante di “Probably” per arrivare alle sonorità prettamente britanniche (e prettamente Oasis) di “Paranoid Friend” ogni brano racconta una storia a sé, portandoci a solcare mari nuovi e inesplorati.

A chiudere il disco ci pensano “Finally a song”, canzone che scorre via che è una meraviglia, e “Absolutely Unreal”, brano dalla carica strabordante.
Si, gli Home sono tornati e noi li aspettiamo scalpitanti a settembre per l’uscita di questo nuovo lavoro che, sono sicura, li terrà per un bel po’ a navigare sulla cresta dell’onda.
Alessandra Sandroni

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MESCALINA
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
The Right Way inizia come un disco docile: ´Devil’s Courtesy´ è un banale motivetto facile facile che si richiama al college rock, una ballata power pop dolce quanto aspra nell´utilizzo delle chitarre, una canzone dai ritornelli scontati tanto che viene quasi voglia di interrompere l’ascolto a causa dell´ennesimo jingle indie pop; ma più scorrono le tracce dell’album più si scopre una particolare padronanza nell’esprimere rock pop purissimo, sia negli strumenti, quanto negli arrangiamenti aggiunti in fase di post registrazione.
The Right Way si presenta in tutta umiltà mascherato da un innocente e poco sufficiente prova indie rock, nascondendo dietro di se un lavoro che rilascia lentamente un estro tutto speciale: un disco concentrato nel mischiare le migliori annate del pop-rock, strizzando l´occhio ai geni della musica anni 80, ad una melodia dai tratti sommatici glamour, farcita da impennate di chitarra inaspettate, suonate con una originale formula tecnica. Non mancano i riferimenti alla musica inglese come in alcune pop song in cui l´esperienza di due epoche, Beatles e Supergrass, (´Silver Dust´ e ´The Right Way´), si possono trasformare nel lirismo più alto di ´We’re All Living´, riuscendo in qualche modo a scimmiottare lo stile dei Queen in chiave indie rock. In tutta disinvoltura la band si lancia in un bel motivetto psichedelico come ´Paradise´, compiendo una prodezza Brit pop come ´Before To Sleep´, giocando con le scale del blues e con melodie sporcate da fantasie ritmiche irregolari.
La determinazione e la cura con cui questo disco è stato suonato e registrato è a dir poco maniacale: gli Home sperimentano e mischiano la propria esperienza anche nella fase di costruzione del disco, utilizzando parecchia effettistica per chitarra; la voce a volte viene filtrata da un SM57 amplificato con una sorta di faro.
Nonostante gli Home siano solo alla loro seconda prova The Right Way dimostra di essere un disco pensato e ragionato nei dettagli, libero da ogni influenza contemporanea. I ragazzi di Verona non faticano ad esprimere la loro passione più diversa per la musica, dimostrando di poter costruire un grande lavoro collettivo e abbracciando tutta la storia del rock. The Right Way è un bel disco, pensato e concepito in proprio, nel profondo della provincia del nostro bel paese.
Vito Sartor

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AUDIODROME
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Matteo Zerbinati, Michele Ottaviani e Nicola Finezzo ormai si esibiscono a livello europeo fin dal successo del loro esordio Home Is Where The Heart Is, datato 2006.
Evidente come anche l’intesa tra i tre sia di alto livello, così come “alti” sono stati i riferimenti snocciolati al momento di ricercare a cosa la loro musica potesse essere paragonata e chi fossero i numi tutelari dietro ogni accordo, ogni stacco, ogni battuta. E allora la lista: schegge di Nuggets, Minus 5, più Beach Boys che Beatles, gli XTC più sferraglianti se non proprio i Dukes Of Stratosphear. Lista per una volta abbastanza azzeccata, dato che anche in The Right Way il gruppo di Verona è dedito ad un power pop grintoso, che spesso flirta con successo con asperità garage e aperture melodiche cristalline. Oltre a ciò, o il gruppo o il management tiene a precisare che: il disco è stato registrato all’Elfo Studio di Tavernago. Ogni canzone è stata registrata in mondo diverso, alternando spesso amplificatori differenti sia per basso che per chitarra. Nella title-track la voce è stata registrata con un microfono sm57 infilato in un grande faro per l’illuminazione. Il master è stato realizzato all’Oasis Mastering Studio a Burbank in California da Eddy Schreyer.
Ok, materia per interviste, è vero, ma anche indice della cura e della professionalità che caratterizzano l’energia e l’impegno dietro una serie di pezzi che non fanno certo dell’originalità la loro carta vincente. Eppure, fermo restando che se non si è estimatori di genere si prende e si passa via, intuizioni di scrittura come in “Mr. Ally”, “Probably” o “Finally A Song” (gran titolo!) potrebbero conquistare davvero chiunque. Capolavoro? No, ma per quanto banale possa essere, la strada imboccata sembra essere davvero quella giusta.
Giampaolo Cristofaro

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AUDIOGLOBE
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
“The Right Way” è un prodigio. 13 canzoni che hanno innanzitutto la forza di sfuggire a qualsivoglia nicchia, benedicendo sì i nomi di riferimento del gruppo, ma presentando uno stile asciutto, privo di fronzoli, dove è tutto così immediato, avvolgente, definitivo. Definitivo perchè ognuno di questi pezzi potrebbe essere un potenziale singolo: dai break chitarristici di “Probably” – il cui denso attacco sembra un numero da college rock confezionato per dei redivivi fab four – alla contagiosa giostra di “Silver Dust” (quasi un outtake dai primissimi Supergrass). E' deliziosa musica pop iper-amplificata quella dei tre “butei”, che dal vivo sono un'attrazione a livello europeo. “The Right Way” esprime una direzione quasi infallibile, perchè i tre - incuranti di ogni posa o indicazione di mercato - percorrono la loro strada fatta di energia e talento e costellata da luminose canzoni, che hanno il dono dell'immortalità.

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Acoustic Showcase LIVE @ FNAC (L'Arena)
Home - "The Right Way (2009, Manzanilla MusicaDischi/Teakettle)
Gli Home lanciano positive vibrazioni di leggerezza

«The Right Way» scorre agile per tutte le tredici tracce
Un disco di vere canzoni, agile, che scorre con gradevolezza per tutte le tredici tracce. Al forum Fnac - ben affollato, a conferma di un seguito costruito grazie a tante convincenti prove live - gli Home hanno presentato con un ottimo set acustico il nuovo album dal titolo The Right Way, seguito del debutto Home Is Where The Heart Is di tre anni fa.
È difficile dire se la scelta di cantare in inglese e di sonorità vintage - il mondo espressivo del trio è positivamente legato agli anni Cinquanta e Sessanta - potrà fare degli Home un nome di tendenza a livello commerciale, ma è facile scommettere, soprattutto in ambito live, su alti consensi per il trio scaligero.
E va ribadito - l’impressione, in realtà, si era avuta sin dalle prime uscite pubbliche del gruppo - come, nonostante i riconosciuti "debiti" alla classicità pop/rock soprattutto britannica ma non solo, la musica degli Home risulti comunque fresca e non di ricalco. Alla base d’essa ci sono una felice predisposizione alla costruzione melodica, i fondamentali tecnici e il senso della misura necessari alla dinamica strumentale delle canzoni, e una semplicità attitudinale di fondo che non sfocia mai nell’autocompiacimento, o nell’eccesso di "seriosità".
Insomma, senza voler per forza sconvolgere aspettative e sensi dell’ascoltatore, gli Home divertono e comunicano vibrazioni di positiva leggerezza, incarnate al forum Fnac da canzoni come The Right Way, Sexual Appetites, Probably, Do What I Do, Finally a Song, Devil's Courtesy, Silver Dust.
Il riferimento che più balza evidente è sempre quello ai fab four di Liverpool, quelli più frizzanti e giocosi. Ma abbiamo colto anche echi di armonie vocali pre-Beatles, di altro rock britannico anni Sessanta (come Yardbirds eThem, ad esempio), fino ad esiti invece posteriori della classicità rock di là dall’Atlantico (Fleshtones e Rem, ovviamente in brani diversi).
The Right Way è una coproduzione della veronese Manzanilla Musicadischi e della piacentina Tea-Kettle Records.
Beppe Montresor

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ROLLING STONE
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Le vie del beat sono infinite. Chi avrebbe immaginato che nel 2007, a 40 anni dall’esplosione folk rock e freakbeat, avremmo trovato ancora gruppi innamorati di un suono evidentemente immortale? Nonostante qualche roccioso riff alla Rolling Stones/Kinks, i veronesi Nicola Finezzo, Michele Ottaviani e Matteo Zerbinati danno il meglio in gemme byrdsiane come Request o nel rock psichedelico di Chances. Tutto il cd è godibilissimo, grazie ad arrangiamenti vocali perfetti. Malgrado qualche lungaggine, gli Home fanno del candore un punto di forza e del loro disco un piccolo gioiello.
Manlio Benigni

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XL di Repubblica
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
BRIT POP E VECCHIO ROCK PER IL TRIO VERONESE, CHE ORA SUONA AL CAVERN Va dove ti porta il cuore: gli Home scelgono la strada della passione e delle emozioni genuine per il loro debutto, otto canzoni dall’immaginario anni 60 e 70. Ma il trio veronese non segue la corrente della nostalgia. Home is where the heart is testimonia un amore sconfinato per il brit’n’roll. La storia è sempre la stessa: ci si incontra sui bchi di scuola, si comincia a suonare, ci si perde per poi ritrovarsi. Ed ecco gli Home, una sigla che suona moderna e sbarazzina. La formula? Semplice: l’eergia delle radici rock più la melodia del brit pop. L’operazione è assolutamente credibile, le canzoni in inglese e nel più classico stile Sixties, qualche ritornello vi si caccerà in testa per non uscirne facilmente. A maggio suoneranno al Cavern Club di Liverpool. Una sfida nella tana dei Beatles…
(a.d’a.)

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MUSICBOOM
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Home Sweet Home
Qualche tempo fa mi è capitato di assistere ad un concerto di questi tre ragazzi di Verona. Quello che più mi ha colpito nella loro impeccabile performance, oltre alla grande carica che riuscivano a trasmettere dal palco e al perfetto abbigliamento stile Kinks '65, è stata la precisione dei cori, le soffici armonie delle voci, che non perdevano compattezza neanche quando si appoggiavano sulle basi tempestose di un garage rock di matrice Who-iana. Un connubio di potenza e melodia (e stile aggiungerei) difficilmente registrabile alle nostre latitudini. Tutti elementi che naturalmente stanno alla base di questo Home Is Where The Heart Is.
Il dischetto in questione consta di appena 8 tracce dalla durata media abbastanza elevata per un album che si dovrebbe attenere alla ferrea regola del verse-chorus-verse tipica del power pop. Eppure non c'è un secondo, fra questi solchi, che si sarebbe disposti a sacrificare. Non la coda noise che chiude Request e che porta la band dalle parti di un moderno brit pop; tanto meno quella psichedelica che suggella la conclusiva Dom Perignon 1982 e che si piazza stabilmente sulle tracce dei Beatles più languidi e accattivanti. Merito degli eleganti intrecci canori che sono il vero marchio di fabbrica della band e che fanno bella mostra di sè perfino sul riff blues del'iniziale Perfect Born Actress, il brano più atipico dell'album che apre le danze con il groove dei Cream. E' un piacere perdersi nelle atmosfere sognanti di I Know That You Know o nel ritornello glam di Sunday Morning, reiterato fino alla completa assuefazione.
Un continuo gioco di citazioni che potrebbe continuare all'infinito, fino a scomodare il nome dei Big Star (People Like You) e quello dei T-Rex.
Forse è proprio questo il punto di forza degli Home, quello di saper interpretare influenze disparate con gusto, personalità e, soprattutto, senza il minimo complesso nei confronti dei nobili modelli di riferimento.
Per chi scrive un'autentica rivelazione.
Diego "OX4" Ballani

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ROCKERILLA
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Non fatevi ingannare dal nome e dall’artwork: non si tratta di malinconico pop da camera, l’esordio degli Home è un travolgente brit pop dalle chiare influenze sixty, intriso di blues e rock’n’roll. Gli Home sono un giovane trio italiano che non va oltre i Beatles e i Kinks, un trio per il quale gli anni ’80 non sono mai arrivati: ed è difficile dar torto alla loro visione della musica quando si parla di rock-blues e pop, anche da parte del sottoscritto che pur negli anni ’80 ci è nato. Certe sonorità sono eterne come le attitudini, così gli Home vanno “dove sta il cuore” e confezionano otto gemme di brit pop che manco a dirlo sono fresche e irresistibili: la nostalgia non centra nulla così come lo scetticismo non paga di fronte al pop immortale.
Antonio Berbero.

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ROCKIT
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
È bello farsi spiazzare da questo disco. Partire dal giro blues-rock di incipit e pensare di essere lungo percorsi americani, per poi avere qualche dubbio dopo meno di un minuto e cambiare decisamente idea nel corso dei sette brani successivi. Perché quello dei veronesi Home è un album che declina un'attitudine inequivocabilmente brit e risponde ai suddetti echi blues con riferimenti ai Belle and Sebastian e ai Supergrass: i primi a fare capolino già dal secondo brano, con sonorità racchiuse e solo in parte lacerate da una elettrica, i secondi a imporre a tratti andamenti più ritmati, come in "Chances". Il tutto senza mai arrivare a nulla di particolarmente tirato, perché in fondo si tratta di un pop-rock leggero e accogliente, come la porta di casa che si spalanca dalla calda copertina: canzoni che entrano in testa in fretta e faticano ad andarsene, complici azzeccati coretti che agganciano nel breve volgere di secondi.
Se per i singoli pezzi il giudizio è eccellente, il gruppo paga tuttavia dazio nell'ottica di un ascolto complessivo, penalizzato da brani che risultano spesso troppo lunghi. Vuoi per una strofa di troppo, per una pleonastica ripetizione di un ritornello o per una parte strumentale che si sarebbe potuta evitare. Si ascolti, a questo proposito, l'interminabile coda di "I know that you know" e le lungaggini dell'altrimenti splendida doppietta finale "People like you"-"Dom Perignon". L'impressione, però, non cambia certo di segno per questo fattore: il risultato resta ampiamente positivo e gli Home dimostrano di essere un gruppo che ha chiare in testa le proprie coordinate. Fissato il punto di partenza, non resta che seguirne le tracce.
Marco Villa

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RUMORE
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Gran bel lavoro quello dei nostrani Home: dalla copertina alla cura del booklet (essenziali ed accattivanti in un grigio sfumato tres chich), ai suoni vintage che ci catapultano ad una festa di fine anni '60 dove sul palco si alternano i kinks (l'irresistibile refrain di Request) agli Animals (il pigro rock-blues di Sunday Morning).
Sono tre, sono giovani e propongono un sound molto "inglese" in maniera assolutamente credibile, incrociando una sezione ritmica pulsante di vita con una chitarra lasciva e ciondolante, mentre storie di notti brave e noie mattutine scivolano nei vapori retrò di coretti sixties (No One).
Tra i contemporanei, se si vuole cercare un riferimento, si può dire che proseguono la lezione di accurato e divertito/divertente recupero di un sound vecchio ma immortale di band quali i primi The Vines, i meno politicizzati International Noise Conspiracy e la gran parte dei Jessica Fletchers: come farete a resistere ad un allettante invito "me and you tonight/with a glass of wine", anche se la tipa in questione vi spezzerà il cuore (Perfect born actress)?
Barbara Tomasino

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ROCKSOUND
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Il cuore degli Home è tutto rivolto agli anni 60. Appare chiaro dall’ascolto del disco. Che mostra più d’un debito nei confronti delle sonorità di quella stagione, collocandosi dalle parti di band come Kinks e Rolling Stones. Tale affermazione viene, solo in parte, smentita dalla prima traccia in scaletta, che, oltre alle già citate influenze, rivela un’insospettabile propensione a ricalcare i sentieri melodici di “Accuracy”, contenuta nel primo album dei Cure. Nella stessa canzone, però, è la tensione puramente rock’n’roll a vestire i panni della protagonista assoluta: è la chitarra a scandire l’umore del pezzo, mentre le parti vocali non sono da meno nel rendere più palpabile l’atmosfera Sicties. Vista la grande esposizione di cui il sound “vintage” sta godendo anche al di fuori dei confini nazionali, si augura al trio veronese di potersi ritagliare uno spazio proprio all’interno di tale “scen”: dalla loro, i tre hanno pezzi che scorrono leggeri senza annoiare.
Ilaria Ferri

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BLOWUP
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Il ritornello di Perfect born actress, dopo un’iniziale chitarra blues rock che si ripercuote su tutto il pezzo, inquadra le finestre da cui osservano gli Home, ennesimo sintomo di una provincia scaligera in salute: l’armamentario dei bravi ragazzi inglesi dai Beatles in poi, logos col bersaglio biancorossoblu su vestiti stretti, e case dal tetto spiovente. Tutto il disco è così, mellifluo à la Hal (Request) e revivalista come ogni gruppo nato a scuola: dritti dalle balere dei nostri genitori, i butei capitalizzano un momento favorevole al pop di classe, in cui una composizione originale può essere scambiata per b-side degli Anni Novanta. Un po’ più di grinta e passavano per mancuniani, meno cultura di base e non ci sarebbero quei falsetti e coretti che creano la spiritosa rincorsa dei cento metri coi concittadini Canadians, cui rimanda per certi versi la conclusiva e californiana Dom Perignon 1982: questo cd non prenderà la polvere.
Enrico Veronese

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KRONIC
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Elogio della freschezza Arrivano da Verona i nuovi Beatles? Beh aspettate a sorridere perché dopo aver ascoltato questo debutto del giovane trio nostrano non vi sembrerà più un’eresia così grande. “Home is Where the Heart Is” è un disco fuori dal tempo e senza età, un brillante esordio di respiro internazionale che mette a frutto, senza inibizioni né scopiazzature di genere, la lezione dei migliori maestri pop rock dei sixties e quella dei moderni epigoni brit pop, con una buona dose di esuberante irriverenza.

Solamente mezz’ora di musica (e per questo li attendiamo ad una seconda prova più ampia per un giudizio definitivo) ma gli 8 pezzi sono tutti illuminati da una intrigante freschezza che resiste a ripetuti ascolti; testi semplici di disarmante efficacia melodica ed una ottima resa sonora grazie ad una ritmica leggera ed a graffianti intarsi chitarristici.

L’atmosfera generale riecheggia quella spensieratezza adolescenziale ottimamente resa dal ritornello balzellante di “I Know that You Know” (me and you tonight, I know I’m wrong I know I’m right but there’s no problem tonight), platonico tete a tete con tante cose da dirsi davanti ad un bicchiere di vino. Almeno due i gioiellini dell’album: l’epifania iniziale di “Perfect Born Actress”, che unisce ad una base rock blues Animals style un chorus con un impasto vocale semplicemente perfetto ed il senso di sospensione della kinksiana “Request”, che ammalia, lasciando senza respiro, in attesa di un indefinito qualcosa…..

Perché, in fondo, basta poco per sentirsi bene “like a fly on a mama’s pie” (ascoltate la finale "Dom Perignon 1982"): una bottiglia di champagne (ma data la provenienza degli Home sarebbe forse più appropriato un buon prosecco) e una manciata di canzoni semplici e fresche come queste Alberto Leone

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KALPORZ
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
I veronesi Home sono solo i primi alfieri di una scena cittadina in gran fermento (Canadians e Fake P, chi vive nel dorato mondo di MySpace, li conosce già bene) e, come ben predicato da quelle parti, fanno musica che di italiano non ha niente. Questa volta però, manca anche il retrogusto ruffiano di certo indie-rock post-Homesleep Records in favore di quegli anni '90 che furono terra di conquista del brit-rock. Molti, riferendosi alla band, azzardano paragoni con gli Oasis, ma mi sembra un po' facile ridurre tutto alla band dei Gallagher. Gli Home sono molto più "blues", hanno un'attitudine più "rock'n'roll" laddove i mancuniani erano punk allo stato puro. Forse Alan McGee si sarebbe innamorato di loro proprio perché, nel catalogo della Creation, gli Home avrebbero avuto le possibilità per vivere degnamente affianco a gruppi come Heavy Stereo e Hurricane #1. Quei gruppi (nati rispettivamente dalle idea di Gem Archer, futuro chitarrista degli Oasis - t'oh! - e di Andy Bell dopo lo scioglimento dei Ride e prima dell'avventura come bassista degli... Oasis - t'oh! #2 -), pur risultando idealmente simili a chi ben sappiamo, percorreva coordinate care ai T-Rex, agli Animals, ai Kinks degli esordi beat. E sono le stesse sonorità che si trovano in questo "Home Is Where The Heart Is" (si ascoltino per controprova "Perfect Born Actress", "Request" e "Dom Perignon 1982"), un disco che pur con i suoi momenti di puro citazionismo riesce a risultare godibile, fresco e coinvolgente il giusto. Merito sia di un buon lavoro sulle melodie, sia della volontà di non strafare, racchiudendo il tutto in 34 minuti allontanando così ogni spettro di noia e pretenziosità.
Hamilton Santià

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LASCENA
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Ha una doppia personalità questo trio veronese, che esordisce con questo cd di ottimo pop con influenze profondamente british. La doppia personalità emerge nei concerti. Li ho visti come gruppo-spalla dei Mudhoney: ebbene, in mezz’ora di concerto hanno saputo ottimamente preparare il pubblico per il gruppo di Seattle con un set infiammato da un garage-pop esaltante e frizzante. Su disco, invece, l’impressione è molto diversa: il trio veneto, infatti, si adagia su un pop anni ’60 di matrice inglese, con marcati riferimenti ai Beatles e alla swinging London. Con quel suono quindi molto vintage il risultato è l’emancipazione dai canoni ristretti ed effimeri del brit-pop.
Gli Home dunque hanno realizzato un ottimo disco, cui però manca la freschezza che caratterizza i loro live. Il loro pop è spesso essenziale, a tratti pretenzioso (il riff alla Deep Purple di Perfect born actress), ma con un buon gusto nelle sperimentazioni psichedeliche (I know that you know) e un occhio alle atmosfere costelliane (Sunday morning).
Il risultato è nel complesso molto buono, soprattutto per chi non si rassegna a vivere, musicalmente parlando, nei soli anni 2000.
Vittorio Lannutti

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LOSINGTODAY
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Kinks, Animals, Rolling Stones, Beatles: il meglio della sixtiedelia inglese visto attraverso gli occhi di chi quelle storie le ha apprese sui libri (e sui dischi dei genitori). E devono averli studiati bene quegli anni gli Home perchè hanno confezionato un debutto delizioso, intriso di aromi 60s fragranti e contagiosi. Ogni aspetto del disco appare come un 'tributo' ad un'era che non c'è più: a partire dalla durata del disco, poco piu’ di trenta minuti, verosimilmente scelta per far entrare le canzoni perfettamente su un LP (ma allora perche’ la stampa in CD e non in vinile?); per continuare con la scelta delle armonie e degli effetti degli strumenti (chitarra, basso e batteria: serve altro?), tutti rigorosamente vintage. Peccato per la resa dell’immagine della copertina del disco, un po’ troppo anonima. Ma nel posto giusto (il Micca Club?) gli Home farebbero faville. Una decina di anni fa a Roma un gruppo chiamato Devi aveva confezionato una raccolta di canzoni per certi versi simile a “Home Is Where The Heart Is”: dischi preziosi come comete da vedere al volo, prima che scompaiono per sempre.
ROBERTO MANDOLINI

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FUORI DAL MUCCHIO
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
I primi cinquanta secondi vi porteranno fuori strada: il più classico dei riff hard blues vi accoglie e vi guida lungo una tradizionalissima strada, e sembra quasi di essere in qualche pub; specializzato in un repertorio di classe, certo, ma pur sempre a base di standard e di cover, roba già sentita. Eppure ad un certo punto (dal cinquantunesimo secondo in poi) esplode un ritornello irrimediabilmente beatlesiano, irresistibile, che getta sull’intero disco (perché spiragli di puro power pop si inseriranno più volte, in seguito, tra le trame di questo lavoro) una luce del tutto particolare. Ovvero, l’immaginario di tre giovani musicisti italiani impegnato a partorire una versione personalizzata dei tardi Sixties, con una impudenza che quasi sempre si trasforma in credibilità. E allora ecco gli ancora una volta irresistibili falsetti di “I Know That You Know”, la kinksiana “Sunday Morning” tutta cori, scintillanti chitarre, stop e ripartenze improvvise, una “People Like You” che inietta un po’ di melanina nella Swingin’ London, raggiungendo il culmine nelle voci discendenti del ritornello. È chiaro che il trio si è studiato al millimetro il canone pop di riferimento, e quasi verrebbe da scoraggiare l’ennesima opera di revival, se non fosse che gli Home sanno davvero scrivere credibilissime canzoni pop. L’unico peccato, volendo essere pignoli, è che questa piccola meraviglia fuori dal tempo duri poco più di mezz’ora. Anche se era la lunghezza standard dei dischi dell’epoca, ci pare troppo poco lo stesso.
Alessandro Besselva Averame

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KATHODIK
Home - "Home is where the heart is (2007, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Arrivano giusto freschi come una birra al mare per l’estate questi italianissimi home, carichi e rifregeranti con il loro power pop dalle venature blusey, molto sixties e moltissimo british!
E si, perchè i riferimenti musicali divorati dai nostri sono per la quasi totalità d’oltremanica (Beatles, Kinks, ma anche Jam e Oasis), e riescono con semplice e svagata vitalità ad allietare, con melodie, talvolta morbide e altre più dure, qualche giornata un po’ storta e troppo calda.
Intendiamoci, non c’è nessun capolavoro, e se devo rinfrescarmi e godere veramente metto su gli Shins o i Blur, ma per un gruppo italiano, soprattutto di questi tempi, un disco estivo, frizzante e piacevole come questo degli home non è facilmente reperibile.
Allora via a danzare con l’esplosiva apripista Perfect born actress, e a canticchiare nelle simpatiche melodie di I know that you know e People like you. Let’s go home!
Alberto Maroni

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RADIO LUPO SOLITARIO (DJ Henry)
Home - "Home is where the heart is (2006, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Con i romani Cactus rapprentano la strada nuova, magmatica di idee e di fermenti, dell'indie rock italiano. Un crogiuolo di suoni che si stratificano tra le varie decadi e si metabolizzano in un'entità originale compiuta. Echi di suoni roots di vaglio blues macerati nel fingerpicking di scuola contemporary guitar alla Leo Kottke e John Fahey che si stemperano su un piglio pop(brit) che trova nella lezione della composizione asimmetrica degli XTC dei modelli assoluti. Non sono avulsi da soluzioni che vedono in Frank Zappa un interlocutore primario, magari occhieggiando a certe cose minimali dei Cure di Three Imaginary Boys.
Un fiore all'occhiello dell'intelligenza musicale italiana.

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ONDA ROCK
Home - "Home is where the heart is (2006, Manzanilla MusicaDischi/Goodfellas)
Home è il progetto di tre musicisti di Verona: Michele Ottaviani (chitarra, voce e cori), Nicola Finezzo (basso e cori) e Matteo Zerbinati (batteria, voce e cori). “Home Is Where The Heart Is”, il loro debutto, è imperniato su un brit-rock di maniera, che spazia dal power pop, alle sofisticazioni jazzy, alla melodia triviale.
Già “Request”, groove funky rilassato alla Steely Dan, si muove sulle coordinate di bridge armonizzato, cantilena mesta, armonie vocali pop west coast degne dei CSN&Y e vocalizzi wordless. “Sunday Morning”, oltre a riff banalotto e beat frivolo, propone un siparietto alla Kinks, e “Chances” accende un chorus potenziato da distorsione cavalcante, ma espone ancora armonie vocali da vetusto merseybeat. Anche la conclusiva “Dom Perignon 1982” aumenta il tiro (mood quasi hendrixiano), per poi adagiarsi in arpeggi facili, mentre “Know That You Know”, dopo una intro jazzata, diventa canzone acquarellata e tenuemente dondolante (Alex Chilton sullo sfondo). “People Like You” (sospensione languida e ritornello soporifero) e “No One” (vaudeville ultramelodico) completano il quadro dei clichè.
Nettissima, e poco urgente, è la sensazione di potenzialità sprecate (vedasi le jam di contorno, la produzione nitida, la qualità sonora); ancor più netta è la monotonia, la bramosia di scontatezze, l’irrilevanza. Anche l’antipatia. Fatuo.
michele saran

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Live @ Miami (Rockit)
Sulla collinetta si sta da dio perchè è il piccolo eden del MI AMI, se poi sul palco ci sono tre tizi stilosissimi che fanno del grande rock'n'roll viene voglia di abbracciare chiunque e fare caciara e stare ancora meglio e comprare il cd non appena quelli hanno finito. Capiamoci, il batterista è anche il cantante ed è un mostro di bravura, chitarra e basso si uniscono al groove ed è una sola armata che ti stende a terra, questi sono gli Home dal vivo, te ne avevano parlato bene, ne riparlerai benissimo.
NicolaBonardi

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Live @ Velvet (Ilmucchio)
Ci pensano i bravi Home, veronesi di provenienza e british per attitudine, a scaldare un pubblico non certo oceanico ma sicuramente motivato e carico (è un tripudio di magliette che inneggiano alla Seattle che fu), pronto ad accogliere con un boato l’entrata in scena dei leggendari Mudhoney. I quattro rompono immediatamente il ghiaccio calando una coppia di assi storici come You Got It (Keep It Outta My Face) e il singolone di Piece Of Cake, Suck You Dry. La band è in una forma eccezionale, ruvida e sporca, e proprio non si direbbe di avere di fronte degli ultraquarantenni. A tradire i dati anagrafici ci pensa una scaletta che pesca da una carriera lunga quasi vent’anni. Quando arriva il turno di Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More e Touch Me I’m Sick (anthem simbolo del gruppo) sembra di tornare indietro nel tempo, in un qualche club della Seattle di fine anni ottanta.
La sensazione è piacevole e viene portata al culmine quando Mark Arm si libera della chitarra per lanciarsi in una spettacolare esecuzione della splendida Hate The Police. La suggestione del momento rende addirittura possibile avvertire i fantasmi dei Green River. L’impressione è di avere davanti una band in ottima salute, integra e divertita. I tanti anni passati a suonare insieme senza mai scendere a compromessi non hanno minimamente affievolito la furia di questa banda di eterni ragazzi, rimasti perennemente fedeli a se stessi e al loro psychorock drogato da superfuzz e bigmuff e debitore dei sixties,. Un tirar dritto per la propria strada che non avrà permesso loro di raggiungere i successi planetari di altri illustri concittadini, ma che gli ha sicuramente garantito una lunga e dignitosa esistenza. Il gran finale è affidato a una Here Comes Sickness da brividi che chiude l’ora e mezza scarsa di un concerto da custodire nel cassetto dei ricordi.
Gianluca Sirri

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Intervista ROCKIT
Gli Home: tre ragazzi di Verona con una passione spasmodica per i Beatles e i suoni sixties. Sono giovani ma non inesperti, hanno alle spalle moltissimi concerti e un mini tour a Liverpool dove - ci dicono loro - hanno fatto sfigurare i gruppi locali con un uno spettacolo a dir poco incendiario. Mario Panzeri li ha intervistati.

La prima domanda cade inevitabilmente sul MI AMI: avete suonato alla Collinetta, com'è andata? Impressioni sul festival?
Al MI AMI è andata molto bene. Abbiamo aperto alle 6 del pomeriggio, non c’era tantissima gente ma è bastato suonare le prime note perché si formasse davanti al palco una discreta schiera di persone. Dobbiamo dire che il pubblico era molto interessante ma soprattutto molto interessato. Questo è di sicuro quello che ci ha colpito di più. La gente era molto attenta alla nostra proposta musicale e complice l’orario e la presenza di parecchi "addetti ai lavori", non si è scatenato il wild party in stile confraternita a cui di solito assistiamo dal palco. Tutti erano propensi ad assorbire la nostra proposta musicale e tra teste ondeggianti e sguardi compiaciuti siamo scesi e abbiamo ricevuto un sacco di complimenti. Intendiamoci, non ci dispiacciono affatto i live incendiari a cui siamo abituati ma non è affatto male confrontarsi con situazioni diverse. Abbiamo girovagato un po’ nel festival e tra interessanti proposte musicali e arti grafiche siamo usciti compiaciuti da una piccola summer of love, dove al posto di incensi al sandalo e spinelloni trascendentali, cappelloni e gente nuda c’erano sintetizzatori, pop d’avanguardia, grossi occhialoni, vestitini a pois, un pizzico di punk… Insomma una figata.

Le vostre sono canzoni pop praticamente perfette: come fate a raggiungere un equilibrio così preciso in fase di registrazione?
L'album che hai sentito è in primo luogo frutto di un’intensa gestazione in sala prove. E’ li che le canzoni e gran parte degli arrangiamenti hanno preso forma. Siamo molto scrupolosi quando si parla di linee vocali e di ritmica. E’ abbastanza difficile mantenere un impatto sonoro credibile con una formazione ridotta come la nostra in concerto, ma pensiamo di cavarcela abbastanza bene e perciò non abbiamo portato pesanti cambiamenti quando siamo entrati in studio. Il periodo di registrazione con Luca Tacconi ( proprietario dello studio Sottoilmare) e i suggerimenti del nostro produttore artistico Nicola Zerbinati non è stato breve: non ci siamo fatti le classiche due settimane rinchiusi, ma data la nostra scrupolosità nei suoni e nelle registrazioni abbiamo impiegato poco più di sei mesi. Fare un album è una cosa fantastica, lasciare crescere le tue canzoni, imprimerle nel tempo ha un qualcosa di emozionante. E’ stata la nostra prima vera prova in studio e ciò che abbiamo imparato ci sarà di prezioso aiuto nel nostro prossimo imminente lavoro che cominceremo alla fine della stagione estiva. Cercheremo di portare un’atmosfera più sanguigna, cercando di trasmettere la carica che abbiamo nei live anche sul disco e date le nostre nuove canzoni che già stiamo rodando dal vivo probabilmente tutto suonerà un po’ più rock’n’roll.

L'amore per i Beatles è lampante, ma poi? Cos'altro vi spinge e ispira nella stesura di un pezzo?
I Beatles sono una parte importante della cultura musicale di ognuno di noi. Al di là della lezione musicale che ci hanno impartito ci piace fare un paragone tra noi e loro a livello umano, cioè ci sentiamo vicini ai Fab Four perché come loro siamo un gruppo di amici molto affiatato, stiamo sempre insieme e non ci molliamo mai. In questi anni siamo sempre stati vicini nel bene e nel male, uniti nel nostro obbiettivo di fare bella musica. Per farlo al meglio è necessario provare tanto e di conseguenza stando così tanto assieme abbiamo consolidato una forte amicizia. Questo penso si senta anche nella nostra compattezza nel suonare e nel comporre assieme i pezzi. Infatti tutti e tre, ovviamente non in maniera omogenea, contribuiamo alla stesura delle canzoni. Delle volte nascono dalla mente di uno che li mette a disposizione della band per essere sviluppati, delle altre si parte da un’improvvisata in sala prove e chi ha un testo lo mette, chi ha un’idea la si ascolta, e così via. Lo stesso vale per i testi, usiamo un linguaggio fondamentalmente molto semplice per parlare di amore, rabbia e notti brave.

Siete stati al Cavern di Liverpool per suonare all'IPO ( il festival International Pop Overthrow, NdR): com'è stato confrontarsi oggigiorno con la città?
Liverpool ci è piaciuta parecchio. Anche se dovevamo suonare solo due giorni, abbiamo scelto di starci una settimana e farci le ferie li, visto che quest’estate siamo impegnati in numerosi concerti. Di sicuro è una realtà diversa da Londra, una città dove conosci i veri irriducibili inglesi da pub impegnati a spaccarsi il venerdì sera, tra improbabili sbronze e gente scalza in strada. A parte questo al Cavern abbiamo fatto la nostra sporca figura, guadagnandoci anche un live in più dei due previsti: dopo il primo abbiamo infatti colpito l’organizzatore dell’IPO che ci ha dato la possibilità di suonare al Lennon’s, un pub sempre convenzionato con il festival. Siamo stati molto contenti dei live, e abbiamo ricevuto un ottimo riscontro anche da parte del pubblico, siamo rientrati con una buona vendita di cd e magliette (cosa rara ai concerti italiani). Non vogliamo peccare di presunzione ma eravamo nettamente differenti nei live rispetto ai britannici, molto più caldi e scatenati, più rock’n’roll: le band che abbiamo visto erano molto simili agli Strokes, nel look e nelle canzoni, con la testa bassa e senza coinvolgere più di tanto il pubblico. Non scambiare la prossima riflessione come presunzione o eccessivo patriottismo, ma penso che i gruppi di Verona e perciò anche Canadians, Fake P e Mur Mur, si sono distinti con successo in quel di Liverpool. E poi è inutile dire che ci siamo divertiti a manetta.

E Verona? Raccontatemi qualcosa, c'è vita oltre l'Interzona?
Degno di nota e per noi punto fermo musicale di Verona, in questo caso provincia, è il Jack the Ripper di Roncà. Il posto perfetto per andare a sentire gruppi sempre interessanti che vanno dal beat, al garage, al punk, il rock’n’roll e il rockabilly. Al sabato invernale ci puoi trovare sempre un gruppo figo spesso di livello internazionale, in un posto accogliente con un pubblico sorprendente, sempre pronto a scatenarsi. D’altronde è ormai decennale (forse più) l’esperienza del locale e in particolare di Alberto, il gestore.

Fate parecchie date per l'Italia: vi piace essere seguiti da una certa scena mod/beat oppure preferireste un pubblico più trasversale?
Non pensiamo che un gruppo possa avere la presunzione di scegliersi un pubblico. Noi suoniamo quello che ci piace e non abbiamo mai scelto di abbracciare un genere ben definito. Comunque non possiamo negare di avere nei suoni e nell’attitudine un orientamento agli anni ’60: questo ci ha permesso di avere l’onore di richiamare l’attenzione della scena mod e beat di cui parlavi prima. Lo consideriamo un onore perché si parla di persone con una profonda cultura musicale direttamente proporzionale all’esigenza come pubblico nei live. Perciò è una soddisfazione essere stati scelti sia per partecipare per esempio al Festival Beat a Salsomaggiore così come per aprire per i Bluebeaters o i Mudhoney. E poi avere un pubblico cosi stiloso è un piacere anche per chi viene a vederci e non conosce il mondo sixties.

Girate in furgone? Anedotti sulla vita da rock n roll band?
Te ne possiamo raccontare uno fresco di Liverpool. Abbiamo prenotato il posto sull’aereo anche per gli strumenti, compresa una tastiera lunga un metro e mezzo. Non ti diciamo la diffidenza e la trafila per imbarcarla da parte degli operatori al check-in: detto questo al primo live al Cavern la custodia di questa tastiera la adagiammo per terra in fianco al palco. Teo, che sta alla batteria, era un po’ indietro perché il Cavern è molto lungo e stretto: durante lo show Nicola al basso rocckeggiando decide di scendere dal palco e di andare a suonare in fianco a Teo come fa spesso durante i live… per risalire sul palco appoggia il piede sulla custodia rigida modello bara della tastiera, che con il buio aveva tutta l’aria di uno scalino: oltre a sfondare la custodia Nicola cade rovinosamente sulla batteria spostando piatti e qualche microfoni, ma la canzone non si ferma e il pubblico va in delirio. Perfetto. Questo ci sembra abbastanza rock’n’roll.

Inevitabile quesito: ci provate con la stampa inglese?
Ti diciamo la sincera verità. Non ci avevamo mai pensato prima d’ora. Ti diremo anche che dei rapporti con la stampa se ne occupa esclusivamente la nostra cara etichetta, Manzanilla Musicaedischi. Dello storico NME ce ne sarebbe da dire però: troppe band a nostro avviso che da Next Big Thing si sono poi rivelate fuochi di paglia. Di tutto il carrozzone brit degli ultimi tempi ci sentiamo in dovere di salvare gli Arctic Monkeys, i quali, ci hanno assicurato fonti di tutto rispetto, in live sono delle belve. E’ proprio li che devi saper fare la differenza. In fondo presumiamo che la maggior fonte di guadagno per una band emergente e il mezzo per creare interesse ed una sincera schiera di buoni fan, è il live. Il rock’n’roll va professato dal palco, va sparato alle orecchie della gente in un buon live. Non avendo accesso a canali riservati alle band già affermate è nostro dovere farci apprezzare in concerto, anche perché il contratto che ti cambia la vita, non arriva certo con una botta di culo, anzi non vorremmo che arrivasse per questo, ma perché dimostri di fare la differenza.

Negli Anni '60 l'Italia ha sfornato una marea di gruppi beat più o meno validi: vi hanno influenzato in qualche modo?
Anche qui ci trovi un po’ in fallo. Oltre a qualche pezzo sentito per radio non ce ne intendiamo molto. Ma ti diremo che uno dei due Andrea che fanno capo alla Blitzstudio (nostra cara agenzia di booking) ci ha aperto gli occhi sul beat italiano. Infatti, ad un raduno per vespe e lambrette tenutosi a Trento, ha fatto un dj set con pezzi veramente assurdi, di cui non puoi che andare orgoglioso ripensando a quel periodo. Molti i pezzi stranieri ricantati in italiano con un’attitudine da far invidia ai migliori gruppi garage americani o inglesi. Emblematico il "Lambretta Twist" (o almeno ci sembra si chiami cosi) o una "Sugar Sugar" tradotta in "Asciuga Asciuga".

Pezzi in italiano, li farete mai? Perchè sì, perchè no... Dopo aver sentito i pezzi al raduno una pulce nell’orecchio ci è pure arrivata ma non è il caso per ora. Le nostre canzoni vengono in inglese perché sentiamo che, avendo sempre ascoltato pezzi in lingua anglosassone, un po’ questo tipo di linguaggio ci appartiene. Sentiamo nostre e dirette certe locuzioni perché le abbiamo sempre sentite e interpretate come tali dalle canzoni dei nostri artisti preferiti. Scrivere in inglese non è una cosa che ci siamo imposti per apparire più "contemporanei", ma ci è sembrato naturale agire così. Ti dicevamo prima che noi non mettiamo mai fine alla nostra evoluzione musicale, perché così deve essere. Perciò potrà pure capitare che scriveremo dei pezzi in italiano, non lo sappiamo. Perché no anche in spagnolo per l’America Latina, ahahhahaha… una bella "Sunday Morning" tradotta in "El Domenico Por La Mañana" oppure una "I Know That You Know" in "Yo Se Que Tu Sabes".

Infine qualche consiglio musicale: cosa vi piace ultimamente?
Abbiamo appena sentito l’ultimo dei Gomez. Un gruppo che ci fa letteralmente impazzire da quando sono usciti. E’ un peccato che abbiano rischiato di non essere distribuiti in Italia con questo nuovo lavoro. Per fortuna una distribuzione indipendente ha risolto la cosa, e direi che ne vale veramente la pena. E per chi non li conoscesse oltre che ascoltare "How we operate", consigliamo di spararsi tutta la loro discografia immediatamente.
Mario Panzeri

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l'ARENA
"Otto" (singolo 2005)
I Regina Mab non sono certo un gruppo esordiente sulla scena indipendente veronese eppure il loro più recente lavoro, il singolo «Otto», anticipo di un prossimo album, ce li mette di fronte con la rabbia e la sfrontatezza di un gruppo rock di teenager.
«Otto» è una delle prime uscite per l'etichetta Manzanilla Musica e Dischi, creata dal vocalist dei Regina Mab, Franco Manzini. Nella "scuderia" della Manzanilla ci sono anche i Lulù Elettrica e gli esordienti Home (a breve una puntata di «Made in Verona» anche su di loro). Questo per dire che il marchio non è stato ideato solo per «fare in casa» i dischi del gruppo del boss ma per appoggiare altre realtà della scena indipendente locale. Per dirla breve: in molti si lamentano dello scarso interesse che suscitano i gruppi base della nostra città senza fare nulla; Manzini, invece, si è tirato su le maniche e si è messo al lavoro per pubblicarne materialmente i dischi.
Il singolo «Otto» si presenta bene fin dalla copertina, un collage fotografico della pittrice/illustratrice olandese Nina Valkhoff, ispirata nell'opera proprio dalla musica dei Regina Mab. Con i suoi 4 brani (per un totale di quasi 16 minuti), il cd può essere considerato un mini-album, o quanto meno il lato A di un disco anni '60.
Si parte con «All'anima», brano rock dal testo pieno di disillusione e rabbia, dedicato a una donna dallo stile goffo e irritante, incapace di accettare dei fiori in regalo. Svettano le seconde voci e le chitarre di Nicola Tonin e Gabriele Giuliani (completano il gruppo Alberto Franchini e Michele Perazzoli).
Ancora un sentimento lontano dalla felicità in «Soltanto un'onda elettrica«, tra i primi Radiohead, i Pearl Jam acustici e gli Estra. «Come stai? Scelgo di non sapere/... / Sei soltanto un'onda elettrica nel mio sensore», canta il frontman dei Regina Mab: non capiamo bene il senso generale ma avvertiamo una certa malinconia, come se avessimo perso qualcosa di cui non ricordavamo l'esistenza.
Con le cover di «Fearless» dei Pink Floyd e «Tango» di Paolo Conte, poi, scelgono un bersaglio molto alto. Con «Fearless», a parte la pronuncia inglese, fanno centro, anche perché non si tratta di un brano strafamoso di Waters e Gilmour. Con «Tango» realizzano invece un country rock dal sapore argentino, con la voce non sempre ben presente ma ricco di personalità, specie nelle parti di chitarra. I Regina Mab suoneranno in acustico giovedì 10 novembre in piazza Bra.

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